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STORIE DA UNA PROFESSIONE

RICORDI DI PERSONE INDIMENTICABILI - MODALITA' OPERATIVE: COME LAVORO...

RICORDI DI PERSONE INDIMENTICABILI - MODALITA' OPERATIVE: COME LAVORO... - Dr. Giancarlo PETRI

 

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ANCHE SE AVRO' AIUTATO UNA SOLA PERSONA A SPERARE, NON AVRO' VISSUTO INVANO....

(M.L. King)

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- PERSONE INDIMENTICABILI (in positivo e in negativo....).  SEMBRA LA SCENEGGIATURA DI UN FILM, INVECE E' TUTTO VERO.... -


IL PROSSIMO INTERVENTO, IL 15 MAGGIO 2018.....

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E ancora......:

Dato che sempre nuove persone vengono a trovarmi (sono a una media di 700/900 visitatori al mese, che visitano il mio sito!), ho deciso di lasciare inseriti i pezzi dei mesi precedenti, così potranno essere letti dai nuovi.

Andranno a scomparire lentamente, via via che lo spazio si riempirà.

Confermo che sto pensando di pubblicarli in un libro.

Avrò tempo per farlo? 

Vedremo. 

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(IL PEZZO DI APRILE)

 

LA PROFESSORESSA  "CHE AVEVA PERSO LA TESTA"......

 

Una quindicina di anni fa, in provincia....

Se tu sei uno psicologo che opera anche in un piccolo centro e ti vedi giungere in studio tre ragazzini e ragazzine facenti parte di una classe liceale e tutti, separatamente, ti parlano male di una loro insegnante, ti meravigli, ma non troppo.

Cose così capitano, pensa anche lo psicologo. Ognuno di noi ha avuto almeno un professore con l'umanità di un anaconda e tutti noi siamo arrivati in fondo.

L'importante è aiutare questi ragazzi.

Se però poi ti capita di parlare casualmente con una collega e questa ti comunica che pure lei sta lavorando con due altre ragazze provenienti dalla medesima classe, t'insospettisci un poco.

E se successivamente, a una cena, parli con un altro collega che ti dice di averne uno pure lui e dopo hai l'occasione di parlare con un'amica genitrice di un ragazzino che ti illustra quasi con le lacrime agli occhi una situazione simile, allora inizi a preoccuparti....

 

Il quadro descritto era sempre il solito: una professoressa di mezza età, "storica" e validissima insegnante di un gruppo di importanti discipline, da decenni apprezzata e stimata dagli alunni, praticamente aveva perso il capo (come si dice in Toscana) e aveva iniziato a comportarsi nel peggiore dei modi: sempre valida nelle spiegazioni, ma con una umanità nei confronti degli alunni delle proprie classi del tutto gettata alle ortiche.

"E' sempre rabbiosa", mi riferì una ragazzina "Sempre nervosa... Non puoi chiedergli nulla, che scoppia. Non andare a giustificarti perché ti mangia viva!!".

Il ritornello, espresso da tutti gli alunni a me ed ai miei colleghi, ai genitori, agli altri insegnanti era sempre il solito, insomma.

 

Fu quando mi arrivò in studio il quarto studente di questa insegnante, che aveva maturato una vera e propria fobia scolastica e che, secondo i miei conti superficiali derivanti dai contatti con i miei colleghi era ormai il quindicesimo alunno del professoressa di cui sopra a cercare un supporto e un sostegno psicologico, allora decisi di approfittare dell'antica amicizia con il preside di quella scuola superiore per chiedere qualche informazione.

In un attimo, dopo una telefonata, ebbi l'appuntamento dal caro amico.

E questo dirigente scolastico mi confermò che più o meno dal mese di Novembre - eravamo a Marzo - la professoressa aveva preso a comportarsi in quel modo.

Era stata assente da scuola per una quindicina di giorni, riferendo di essersi dovuta assentare per recarsi nella propria città d'origine per varie beghe familiari, e quando aveva fatto ritorno era nelle condizioni attuali.

"So che adesso questa donna massacra psicologicamente gli alunni " Proseguì l'amico "...ma oggettivamente non ha mai avuto comportamenti sopra le righe, da interventi disciplinari.... Se chiedessi una ispezione al Provveditore, ne uscirebbe bene. Una professoressa sicuramente severissima e scarsamente empatica, ma globalmente inattaccabile....".

"Che però negli anni passati non si comportava così....".

"Giusto. Ma non posso certamente andare a farle un interrogatorio di terzo grado per sapere, che so, se è entrata in menopausa, o se sta lasciandosi col marito o no perché è zittella, o se ha parente che la fa preoccupare.... Però, sì, davvero sta donna dimostra d'essere furente, tesa, preoccupata...".

"Oddio, il fatto che sia così cambiata in poco tempo, non è un giusto motivo per chiederle spiegazioni?".

"E se lei mi manda a quel paese?".

"E se tu le dici che dei genitori sono venuti a lamentarsi? Non è possibile che su una classe di 26 ragazzi e ragazze, ben 15 siano costretti a andare dallo psicologo a causa dell'atteggiamento di una docente!".

"Ascolta, fammi parlare con la professoressa che coordina il team docente di quelle classi. Chiederò un parere anche a lei. Poi ti farò sapere.... Ok?".

 

Lo lasciai un poco sfiduciato, ma speranzoso.

Il preside, infatti, mi telefonò pochi giorni dopo per comunicarmi che forse potevamo fare qualcosa muovendoci da una richiesta che era stata espressa proprio dal collegio dei docenti.

Queste persone, infatti, avevano chiesto di fare una serie d'incontri sul burnout, la sindrome da stress acuto che può colpire i lavoratori, nella fattispecie quelli della istituzione scolastica.

"Per l'appunto la psicologa che collabora con noi è assente perché in maternità. Che ne dici se vieni tu a parlare ai docenti, per un paio di volte? Così in qualche modo ti avvicineresti anche a lei, oltre ad affrontare di un problema che potrebbe riguardarla!" Mi propose il preside.

Accettai.

 

Neppure un mese dopo, eccoci tutti nell'aula magna dell'istituto e il breve corso prese il via con la presentazione dei lavori. Comunicai, con il preside accanto a me, che durante l'iter del corso avrei attuato anche un incontro singolo, con ciascuno di loro, oltre a sottoporre ai presenti il materiale per avere un loro sociogramma, al fine di scoprire le dinamiche interne.

I lavori proseguirono alacremente una volta alla settimana, di pomeriggio, per due ore, poi giungemmo al momento degli incontri singoli e, anche se temevo che non sarebbe venuta adducendo qualche scusa, mi ritrovai di fronte alla professoressa famosa.

Dire che era schermata come un bunker è dir poco....

Si limitava a rispondere sì o no, dando chiaramente l'idea di essere insofferente e seccata per l'incontro. Un incontro, però, che io non potevo farmi sfuggire. Dovevo lanciarle quelche input, nonostante la sua non disponibilità.

"Talvolta a ognuno di noi può capitare un qualcosa che ci disturba, o che ci ferisce, o che ci preoccupa, o che addirittura ci angoscia.... Un qualcosa che interessa il lavoro, o la nostra famiglia, o la salute, o il rapporto di coppia.... Normalmente quando accade qualcosa di questo tipo, ci devasta e dentro di noi alberga un nervosismo frustrato e rabbioso che non aspetta altro per esplodere e uscir fuori....".

Mi osservava e vidi che aveva gli occhi pieni di lacrime.

"Beh..." Proseguii "... quando attraversiamo momenti simili, teniamo sempre in mente che gli altri non hanno colpe inerentemente al nostro stato, ma soprattutto teniamo presente che c'è chi ci può aiutare...".

Poi due o tre altre chiacchere e chiudemmo l'incontro.

 

Passarono due settimane.

Un giovedì, poco prima delle sette del mattino, stavo per aprire la porta i basso del mio studio, quando vidi scendere una signora da un'auto posteggiata lì di fronte.

Beh, era la prof, che mi venne incontro.

Non mi vergogno di dire che ero sorpreso, ma non sorpresissimo....

"Dottore le posso rubare due minuti?".

"Buongiorno. Certo. Saliamo su....".

 

Ecco "l'effetto diga"...... Parlò dalle sette alle 8,30 e smise solo perché era giunto il paziente dell'otto e mezzo.

Cancro al seno. Le era stato diagnosticato durante una serie di controlli fatti nella sua città. Si sarebbe dovuta operare in tempi brevi, ed era terrorizzata, oltre ad essere desolatamente sola.

Le chiesi perché non ne avesse parlato con le colleghe ed il preside. Mi rispose che se ne vergognava, perché lei odiava i pietismi che saltano fuori in queste circostanze.

No, le feci capire, tutto il suo atteggiamento era profondamente sbagliato. Forse comprensibile, ma sbagliato. E i suoi alunni, cosa cavolo c'entravano con le sue problematiche di salute?

Inoltre era sola, questa signora. Nubile, aveva trascorso gran parte della propria vita oscillando tra l'assistenza a una madre anziana e invalida - ora deceduta - e il lavoro con l'adorata scuola e gli amati ragazzi.

La prospettiva di perdere il lavoro a causa della malattia, la faceva impazzire. 

"Cara professoressa, adesso non deve farsi avviluppare dal dolore passivo, dilaniata dalle paure. Adesso deve indirizzare il proprio dolore verso la scoperta della forza per guarire. Sa che cosa farà? Parlerà con il preside ed i colleghi, spiegando loro codesto problema e soprattutto dopo ne parlerà ai propri ragazzi, in classe, scusandosi per il nervosismo degli ultimi tempi e chiedendo loro di aiutarla con la propria solidarietà....".

"Ecco il pietismo...".

"No. Ecco il rispetto che sorgerebbe negli alunni verso la propria docente! Vogliamo fare così?".

"Possiamo vederci ancora, vero?".

"Certamente. Se mi darà retta....".

 

Questa professoressa è ancora in vita, trasferita nella propria città d'origine ove vive il proprio pensionamento.

Ci sentiamo ogni tanto. I suoi auguri per Natale non mancano mai come non mancò di venirmi a trovare in ospedale, quando fui io a vivere un'avventura simile alla sua.

Si vede e si sente ancora pure con i suoi ex alunni.

 

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(IL PEZZO DI MARZO)

 

IL MIO PRIMO PAZIENTE.....

(Ricordi dal 1981....)

 

Antonio - chiamiamolo così - è stato il primo soggetto che ha fatto ingresso nel mio studio di allora. Davvero, è stato il primo in assoluto.

Eravamo all'inizio del 1981 e non so se era più tremante la voce del ragazzo che mi chiedeva un appuntamento, via telefono, o io che gli rispondevo.

Fissammo l'incontro e i pochi giorni d'attesa scivolarono in un secondo.

Neanche ventenne, era un gran bel ragazzo, pronto, simpatico, sensibile, assai creativo e......devastato dal dolore.

La storia di Antonio?

Molto semplice (si fa per dire): figlio di una delle prime coppie ad essersi separate e ciò lo aveva assai negativamente colpito, si trovava a dover sopportare ancora la conflittualità ormai perenne tra i genitori, insieme alla sorella più grande ed al fratello più piccolo.

Ma c'era dell'altro.

Bravissima promessa nello sport, in predicato di passare ad una squadra maggiore, aveva un anno prima del nostro incontro subito un incidente gravissimo che lo aveva costretto a interrompere con lo sport agonistico. Praticamente, aveva dovuto rinunciare alla scalata a dieci metri dalla vetta....

 

Non basta.

Il padre, attivamente impegnato in politica, gli aveva trovato un buon posto di lavoro. Sì, in banca, ma a Pescara.

Antonio, insomma, in pochi mesi si trovò a cambiar drasticamente la propria esistenza e le proprie aspettative di vita.

Lui che amava vivere all'aria aperta, fare sport, essere libero di sfogare le energie esplosive che gli albergavano dentro, si trovò a centinaia di chilometri da casa, a dividere un appartamento con colleghi di almeno dieci anni più grandi di lui, a lavorare dietro a un tavolo o dietro a uno sportello, con addosso il lancinante rimpianto del sogno svanito.

Non basta.

Il traferimento nella lontana città, dalla quale rientrava due volte al mese, mise in crisi il suo rapporto con la ragazza, e smisero di stare insieme.

Anche solo, quindi.

 

Il giovanotto che avevo di fronte era portatore di una depressione reattiva di prima grandezza, con una sindrome ansiosa acuta, una disistima all'ennesima potenza e, in più, ormai abituato non solo a farsi varie canne al giorno, ma anche a rifornire di droga gli amici lasciati qui.

Insomma, spesso e volentieri, tornava a casa in treno con etti di roba.....

Un comportamento del tutto autodistruttivo, messo in atto da una persona piena di rimpianti, arrabbiata con la vita e con una visione ultra pessimistica della vita medesima.

Mi rammento ancora di quando gli dissi (già allora credevo alle ripartenze.....) che anche dopo la notte più buia giunge l'alba.

Per poco non mi rovesciò addosso la scrivania.

"Quando cazzo deve venire l'alba, per me, eh???" Mi gridò, rosso in volto, con gli occhi pieni di lacrime.

Temetti di averlo perso, ma invece non se ne andò, anzi, il rapporto professionale e umano si rinsaldò sempre di più.

Era evidente che aveva un bisogno disperato di punti di riferimento, ma era anche uno di quei pazienti che quando se ne vanno dalla tua stanza o cessano la telefonata (con lui la disponibilità doveva essere "H24") ti lasciano sudato e preoccupato, invogliandoti a seguirli sempre di più.... Scatta quasi una lotta tra il terapeuta e le negatività che si porta dentro chi si ha di fronte.

Chiesi anche l'aiuto del suo medico di famiglia e di una psichiatra. Invitai altresì i suoi genitori a piantarla almeno per un poco col farsi la guerra.

 

Giungemmo all'estate e lui mi comunicò che le ferie le avrebbe trascorse da solo (uhmmmm!!) in un college situato in una ridente cittadina inglese, per potenziare la conoscenza della lingua.

Non mi piacque, la scelta, ma non potei farci nulla.

Durante l'ultimo nostro incontro, alla fine di Luglio, mi limitai a ricordargli che io ero a disposizione telefonica anche nel mio mese di ferie. Ma se dicessi che ero tranquillo, direi una solenne bugia.

 

Intanto i pazienti erano aumentati di numero, per fortuna, e avevo iniziato a seguire, in Giugno, una ragazza con pesanti disturbi alimentari.

Beh, mi scocciava lasciarla sola per tutto il mese di Agosto e qualche giorno prima del 15 - Ferragosto, uno dei momenti maggiormente depressivi, insieme al Natale!! - decisi di tornare dal mare per incontrarla almeno una volta.

Il programma era semplice: arrivo in mattinata, visita a casa della ragazza e dei suoi familiari, pranzo con i miei genitori, carico di vino e di primizie dell'orto da portare al mare e rientro.

E in effetti così andò, almeno fino al desinare.

Eravamo a tavola quando squillò il telefono. Rispose mia madre che mi avvisò che mi desideravano all'apparecchio.

Era Antonio, che dall'Inghilterra mi comunicava con voce già allappata e confusa che aveva inghiottito un'intera confezione di psicofarmaci, desideroso di farla finita.

Ma il disperato giovanotto non sapeva che in casa, i miei genitori avevano due apparecchi telefonici e due numeri, quindi mentre io lo tenevo sveglio, all'altro telefono mia moglie mise in allarme i genitori che attivarono la gente lassù al college.

Riattaccai quando sentii il frastuono provocato dallo sfondamento della porta della camera del ragazzo.

Abbastanza sconvolti, ci trattenemmo ancora dai miei, che non avevano non potuto assistere a quel bel trambusto, e quando stavamo per partire, ecco un'altra telefonata.

Era il padre di Antonio, che mi comunicava imbarazzatissimo che il figlio aveva chiaramente detto che sarebbe tornato in Italia solo se io fossi andato a prenderlo!!

 

Il 14 di Agosto, altissima stagione, grazie ai biglietti aerei procurati non so come da quel babbo disperato, io riportai a casa il nostro giovanotto, che decise di trasferirsi fino a Settembre a casa di una zia alla quale voleva un gran bene. Fui d'accordo.

Poi da Settembre riprese il lavoro col testone suddetto.

Procurargli una progettualità...... Ecco il compito primario di ognuno di noi, verso Antonio.

Dargli degli obiettivi, degli scopi....

Da dove iniziare, quindi, visto che lui consolidava sempre di più la sua visione paranoicamente pessimista dell'esistenza?

Mi rammento che in un'occasione, dopo una sua sparata stile pessimismo cosmico leopardiano, gli chiesi di farmi una promessa: "Quando ti sposerai voglio che tu m'inviti alle nozze, ma non come semplice partecipante, bensì come tuo testimone. Chiaramente, a quel punto non saremo più nel rapporto dottore/paziente, ma diventeremo amici!".

"Sì, bum!! Campa cavallo!!" Rise lui.

"Prometti!".

"Sì, prometto. Promettere il nulla non costa nulla!".

Intanto, però, lavoravamo.

Gli obiettivi? Gli scopi per vivere?

Il lavoro, che lo massacrava e non solo per la distanza e per l'ambiente in cui viveva.

Fu in un piovoso giorno di Novembre, un sabato, che Antonio mi disse che avrebbe voluto lasciare la banca per lavorare come rappresentante di commercio per la ditta della sua zia, ma che non aveva ancora comunicato tale scelta ai propri genitori perché l'avrebbero preso per matto. Come? Lasciare il posto in banca?? Follia!!

Io gli comunicai che ero del tutto d'accordo.

Con i suoi genitori? No. Con lui. Del tutto d'accordo e che io ne avrei parlato con i suoi.

Dopo lo scoppio della bomba, i due furono costretti ad accettare la volontà del figlio e del qui scrivente rompiscatole.

 

Parlammo del nostro viaggio di ritorno dall'Inghilterra, scherzandoci su, quando, sei anni dopo, con questo mio nuovo amico stavamo beatamente sorseggiando un calice prelibato, il giorno del matrimonio appena affettuato in una deliziosa chiesetta di campagna.....

 

!981/2019.... 

 

 

 

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(IL PEZZO DI FEBBRAIO)

 

QUANDO LO PSICOLOGO E' FELICE DI ESSERSI SBAGLIATO

(Ovvero un altro modo per "ripartire")

 

Intanto una piccola premessa: che cosa è una famiglia dissociata ?

E' una famiglia formalmente integra, sovente che dà all'esterno una immagine di sé totalmente idilliaca, ma che non "funziona" per molteplici motivi, con tutto ciò che ne consegue, soprattutto come ricadute sui figli. Figli che, come spesso accade, non ricevevano presenza ed affettività, ma in compenso ricevevano eccessive attenzioni materiali, quasi stucchevoli, che i genitori - assai benestanti grazie al lavoro di rappresentante del padre - elargivano a piene mani come per compensare la propria assenza affettiva.

 

Dai lontani anni Ottanta.....

 

Questa coppia aveva due figli - lui di 15 anni, lei di 17 - che avevano iniziato a dare dei problemi sul piano emotivo e comportamentale: il maschio, non facendo niente a scuola e, anzi, mostrando una preoccupante tendenza verso la violenza; la femmina, all'opposto, essendo bravissima a scuola (se non ricordo male, aveva una media del dieci , ma assolutamente priva di amicizie, sempre chiusa in casa.

A parte i figli, anche gli adulti vivevano una crisi da connotati assai netti, che li stava conducendo assai probabilmente verso una separazione.

Però fu quando gli insegnanti dei due ragazzi dissero loro che erano preoccupati, che decisero di rivolgersi al sottoscritto.

 

Decidemmo d'intraprendere un percorso di terapia familiare, quindi con il coinvolgimento dei figli adolescenti.

Iniziamo la settimana successiva ed ebbi subito una chiara idea di Claudio - chiamiamolo così - figlio dei due: assolutamente contrappositivo, provocatorio, arrogante. Uno di quei soggetti che mettono a dura prova la pazienza dello psicologo.

Evidentemente il suo crescere in quella famiglia unito ad alcune predisposizioni di base, lo avevano portato ad maturare, nonostante un'ottima intelligenza, un carattere immaturo, tendenzialmente egocentrico e narcisista, incapaca di reggere le frustrazioni e le regole, anche le più elementari.

Mi riproposi di segnalare la particolare situazione ai due signori, ma il destino aveva altro in serbo, per tutti loro.

Rammento come se fosse ora: stavo per sedermi, appena giunto in studio, quando squillò il telefono.

Era la moglie, che mi comunicava sconvolta che il coniuge, nell'Italia settentrionale per lavoro, si era schiantato con la propria mercedes contro un Tir, restando ucciso nell'impatto.

Una vera e propria tragedia, ma il bello - si fa per dire - doveva venire dopo.

 

Non era vero che fossero ricchi! Il marito, giocatore in borsa a livelli maniacali, aveva via via dilapidato tutti i propri guadagni. Il tenore di vita, poi, del tutto eccessivo, aveva fatto il resto.

Scoprirono che la loro splendida villa era gravata non da una, bensì da due pesanti ipoteche e furono costretti a perderla, ormai azzannati dalle banche.

Fu così che in pochi mesi si videro passare dalla quasi ricchezza alla quasi indigenza, chiusi in un piccolo appartamento di tre stanze, con il modesto stipendio della mamma che - casalinga fino a quel momento - aveva rispolverato il proprio diploma di ragioniera e trovato da lavorare presso una ditta con la quale collaborava il marito defunto.

Ma la devastazione vera colpì i ragazzi.

 

La ragazza, neo diplomata al liceo classico, aveva dovuto riporre il desiderio d'iscriversi ad archeologia, per barcamenarsi tra ripetizioni private e lavoratti saltuari. 

Claudio invece visse la situazione peggiore.

Fu costretto a interrompere il liceo scientifico per passare a un istituto professionale, ma soprattutto fu costretto - lui che non accettava e non sopportava la minima rinuncia - a mutare totalmente il proprio modo di vivere: non più il viziato rampollo di una famiglia (presunta) ricca, ma un ragazzo che doveva farsi i conti in tasca anche per acquistare la merenda!!

 

E Claudio fece flop , emotivamente e quindi nel comportamento.

 

Evidenziò ulteriormente un atteggiamento rabbioso, violento, incapace di accettare le regole e gli impegni, con dentro una vera e propria idiosincrasia verso tutto e tutti che potevano rappresentare l'autorità (madre, insegnanti, vigili urbani, carabinieri...).

Divenne il protagonista di risse e scazzottature, ma soprattutto prese a bere, a bere a più non posso nonostante fosse solo un sedicenne.

Quante volte io sono andato a prenderlo fuori da una discoteca per riportarlo a casa. Io, perché era l'unico adulto di cui si fidasse.

E quante litigate abbiamo fatto, prima che immancabilmente si finisse con lui che mi abbracciava piangendo.

Lo vedevo costantemente in studio (e non solo), mi recavo a parlare dai suoi professori, in un paio d'occasioni grazie alla comprensione paterna di un maresciallo dei carabinieri gli evitai una brutta bega.....

Poi un giorno di due anni dopo, il postino gli portò una cartolina rosa: la chiamata alle armi: visita medica e poi, un anno dopo, partenza per una destinazione da definire.

 

Mi rammento ancora l'incontro che ebbi con la sua mamma.

Le feci presente che ero preoccupatissimo perché gli atteggiamenti livorosi che il ragazzo aveva verso tutti coloro che indossavano una divisa lo rendevano eccezionalmente a rischio.

Ne era convinta pure la mamma, terrorizzata dalle prospettive.

Giungemmo in un secondo al giorno fatidico.

Alla stazione ferroviaria c'ero anche io e lo abbraccia dicendogli "Cerca di vedere e di trovare il positivo che c'è nella nuova abitudine che vai a iniziare!". Lui mi guardò in silenzio e salì sul vagone.

Mi misi, ci mettemmo in attesa delle brutte notizie.

Nulla. Silenzio.

Silenzio anche con la madre, la sorella, i compagni di bagordi. Ma in certi casi nessuna nuova significa buona nuova.

 

Il giorno del fatidico giuramento c'ero anche io, lassù. E lo stato fisico di Claudio ci colpì: tonico, muscoloso, impegnato - ci disse - a prendere tutte le patenti immeginabili e possibili per ogni mezzo in servizio nell'esercito.

La mamma - con l'intraprendenza bellissima e sfacciata di tutte le mamme - ce la fece a parlare col maresciallo che seguiva il suo gruppo e questo militare praticamente ci descrisse un'altra persona rispetto a quella che noi conoscevamo.

Fin da subito, lui che odiava le divise, le accettò e accettò le regole che l'indossarla comportava.

Certo. Capii senza meravigliarmi: aveva bisogno di punti fermi. Aveva bisogno di una diversa famiglia. Aveva bisogno di ripartire da zero in un luogo nel quale non fosse conosciuto come il teppista del paese.

 

Adesso è lui un maresciallo in servizio permanente effettivo, con una sfilza di nastrini sul petto che pare un albero di Natale. Ma soprattutto è un uomo e un padre felice, insieme alla sua brava e bella friulana e ai due diavoletti che gli ha regalato.

Beh, avevo sbagliato alla grande.

Felicissimo di essermi sbagliato.

 

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(IL PEZZO DI GENNAIO 2018)

 

EBONY AND IVORY

 

Premessa: quanto è bello mostrarsi al mondo disponibili e comprensivi sempre e comunque; quanto è gratificante essere apprezzati per la propria sensibilità e per il proprio altruismo; quanto riempie di gioia narcisista il sentirsi un'anima candida, equa e solidale, lontana mille miglia dall'intolleranza e dal razzismo, nemica a prescindere di ogni guerra e violenza.

Quanto è affascinante e autostimico dire, affermare, gridare che si amano le diversità.

 

Sì.

Fino a quando qualcosa non capita a te....

 

Ho conosciuto Anna Maria - chiamiamola così - mentre preparavo un gruppo di ragazze per il concorso magistrale.

Parlo di giovani sui venti/venticinque anni di età.

Percorsi quindi con questo bel gruppo tutto l'iter della preparazione concorsuale, sostenemmo le varie prove e fu molto bello quando venimmo a sapere, in un soffocante mese di Luglio di fine anno Ottanta, che tutte avevano superato la difficile prova: entro un paio di anni al massimo tutte sarebbero entrate nei ruoli della scuola primaria.

Cena, commozione, ringraziamenti e addii con la promessa di sentirci ogni tanto.

 

Trascorsero dieci anni, quando in un bel pomeriggio di Settembre, mi giunse in studio una telefonata di Anna Maria durante la quale, dopo i primi affettuosi convenevoli, lei mi chiese se ci potevamo incontrare. Anche abbastanza urgentemente.

E' evidente che una richiesta così, anche se non viene da una paziente, ma da un'amica in evidenti difficoltà, deve essere esaudita.

La mattina dopo, quando alle 8,30 giunsi allo studio, lei era già fuori ad aspettarmi.

Di nuovo veloci convenevoli mentre eravamo ancora in ascensore e poi, dopo esserci seduti, mi misi in attesa, osservandola con curiosità: era sempre bella, ma il suo volto urlava al mondo una evidente fase di crisi, ad iniziare dalle borse sotto agli occhi.

Anna Maria in breve giunse al punto, comunicandomi di essere innamorata di un ragazzo.

"Bene, no??". Dissi.

"Bene, sì..... Ma il mio è un amore un po' strano....".

"Dai, spara!".

"Yussuf... (chiamiamolo così). Mi sono innamorata di Yussuf, un ragazzo senegalese..." Mormorò, tutto d'un fiato.

"Quindi?".

"Quindi è scoppiato un casino bestiale a casa....".

"Come sarebbe a dire?".

"Sì. Mio padre non accetta questa relazione. Capisci? Il mio caro babbo così antirazzista, così politicamente impegnato, così solidale...non accetta che sua figlia stia con un nero...".

"E musulmano, suppongo...".

"E musulmano, sì. Ma è molto laico...".

 

Le chiesi di parlarmi di questo ragazzo.

Laureato in lingua e letteratura francese, di poco più grande di lei come età, lavorava come giardiniere in un vivaio alla periferia della nostra città. Era sua intenzione agire per tentare di parificare la propria laurea in Italia, per ambire ad un futuro migliore.

Si erano incontrati un anno prima in un pub, avevano iniziato a parlare scoprendo - pur provenendo da due mondi abissalmente diversi - molte attitudini e molti interessi in comune.

Ma quando i suoi erano venuti a conoscenza della frequentazione, davvero era scoppiata la guerra.

Mentre Anna Maria parlava, io lavoravo freneticamente con la mente, fino a quando non mi venne un'idea.

La interruppi.

"Mi puoi far conoscere questo ragazzo?" Le chiesi.

"Oh, certo. Lo porto qui?".

"No. Vi invito una sera a cena, a casa mia!".

"Come???".

"Sì. E questo invito non è trattabile, per così dire.....".

 

Il sabato successivo, Anna Maria e Yussuf furono da mia moglie e da me.

Il ragazzo non solo era davvero bello, con addosso quella affascinante signorilità felina che solo un nero signore può avere. No. C'era dell'altro: era assai colto, molto informato. Parlò con cognizione di causa di attualità, di filosofia, di letteratura.

Si confermò musulmano, ovviamente, ma evidenziando una notevole laicità, derivante sicuramente dalla propria cultura e dai suoi studi svoltisi a Dakar, ma anche a Parigi.

Mi piacque e mi piacque anche perché mi disse che dal Senegal soprattutto un suo zio - lui era orfano di padre - lo tassellava in continuazione affinché lasciasse "l'infedele" oppure la poteva sposare, ma solo se lei si fosse convertita.

Entrambi si scontravano contro i rispettivi intolleranti.

Come finì quella cena?

Molto semplicemente, chiesi a Anna Maria di dire a suo padre che Giancarlo Petri desiderava parlarci.

"Per dirgli cosa? Me lo immagino, ma per dirgli cosa?".

"Lo saprai dopo. Ti fidi di me?".

"Se no, non saremmo qui....".

"Brava...".

 

Una settimana ero nello studio professionale del padre della ragazza.

Già mi conosceva, sia pure superficialmente: la figlia gli aveva parlato bene di me, un decennio prima, anche se più come preparatore concorsuale che come consulente psicologo o come mediatore familiare.

La cortesia dell'uomo scomparve non appena gli dissi della cena.

"Chi è lei, dottore, un apripista? Quei due matti sono venuti da lei autoinvitandosi a cena per trovare un alleato in grado di supportare e di coltivare la loro follia?".

"Li ho invitati io a cena, se è per questo....".

"Meglio!! Mi meraviglio di lei! Non lo sa in che razza di situazione andranno a mettersi? Non lo sa che dovranno confrontarsi non solo con le rispettive differenze, ma anche con i razzisti bianchi e neri?".

"Sanno tutto.... Non sono stupidi..... Inoltre quel ragazzo mi ha fatto un'ottima impressione...".

"Davvero? Allora lo faccia fidanzare con una delle sue figlie! Peccato che siano ancora piccole!!  Beh, comunque quello che dovevamo dirci, ce lo siamo detto, quindi non voglio che lei perda altro tempo qui da me....".

"No. Veramente avrei da chiederle un favore....".

"Oddio. Quale?".

"Per evitare la possibilità di perdere sua figlia, potrebbe incontrare una volta Yussuf?".

"Buona giornata, dottore...".

"Ci pensi, per favore....".

 

Tre giorni dopo Anna Maria mi telefonò per comunicarmi che suo padre aveva chiesto al suo rfagazzo se si potevano incontrare. Erano rimasti per più di due ore a parlare da soli nel salotto di casa e quando se ne erano usciti, l'uomo teneva il ragazzo abbraccetto.

 

Eravamo di nuovo a cena, con loro due.

Una cena assai rilassata, piacevole, scherzosa.

Anna Maria mi osservava con aria adorante, ma più di tutti mi colpì l'atteggiamento del ragazzo, assolutamente deferente verso di me.

Poi accadde una cosa strana.

Mentre fino a quel momento mi aveva sempre chiamato "dottore", dopo prese a rivolgersi a me con il termine papà detto in modo strano, con un accento altrettanto strano.

Quando mi fu possibile, chiesi a Anna Maria il perché dell'atteggiamento di Yussuf e il perché dello strano termine usato.

Lei mi disse che secondo la cultura di Yussuf noi possiamo nascere tante volte e in modi diversi.

Veniamo messi al mondo, certamente, ma poi nella vita possiamo incontrare delle persone che ci fanno nascere di nuovo, aprendoci nuove strade.

Io per il ragazzo ero una di quelle e quindi mi meritavo l'appellativo di "papà".

Bello. Non c'è che dire.

 

Adesso i due sono ancora sposati e hanno due splendide figlie.

Lui insegna francese in una scuola prestigiosa e lei continua a svolgere il compito d'insegnante in una scuola primaria.

E a distanza di più di venti anni, il professor Yussuf continua a chiamarmi "papà". Il figlio maschio che non ho avuto....

 

 

 

 

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(IL PEZZO DI DICEMBRE)

 

(PREMESSA: in tutta onestà, oggi desideravo parlare di un'avventura che sta capitandomi, poi ripensandoci ho deciso che i tempi non sono ancora maturi e allora, approtittando del balzo all'indietro che mi ha fatto compiere una graditissima mail di auguri, ho deciso di scrivere un ricordo di Francesco - chiamiamolo così - derivante da metà anni Novanta.....)

 

LA STORIA DI FRANCESCO (e di tanti altri.....)

 

Giunse da me insieme alla moglie: quarantadue anni lui, quaranta lei, sposati giovanissimi perché la famiglia di lui aveva tanto insistito per farli sistemare, venti anni di matrimonio, due figli adolescenti maschio e femmina, situazione economica buona, condizioni socio-culturali medio- alte.

Però una notevolissima crisi di coppia, talmente forte da spingerli, o meglio, da spingere la ,oglie a cercare un aiuto. Lui infatti era assai restio.

Quale il quadro delle condizioni di Francesco - chiamiamolo così - e di sua moglie?

Ottimi rapporti formali, bravissimi entrambi nella gestione dei figli e della casa, ma zero intimità comunicativa, intellettuale, affettiva, sessuale.

Sin dal periodo del fidanzamento, Anna Maria - la moglie, chiamiamola così - si era resa conto che la "freddezza" sessuale di Francesco era un po' strana. Raramente la cercava e quando si trovavano in intimità, quelle poche volte, pareva quasi vivere con disagio il contatto con il corpo femminile, così come con disagio affronteva i preliminari e "lo stare insieme" nel suo complesso.

Oltretutto, erano frequenti in Francesco gli episodi d'impotenza.

In ogni caso i due figli erano stati concepiti, per la gioia di tutti, soprattutto dei nonni paterni.

 

Come sa chi viene da me o ha lavorato con me, quando faccio consulenza di coppia instauro un rapporto del tutto paritario con le due componenti ed imposto il lavoro, all'inizio, incontrando singolarmente i due in almeno un'occasione per concedere la possibilità eventuale di parlare in tutta sincerità con il sottoscritto raccontando o evidenziando particolari non detti durante il primo incontro "a tre".

 

In effetti, attendevo con impazienza l'incontro con Francesco, perché forte delle mie precedenti esperienze, ciò che mi era stato raccontato inerentemente al suo vivere la sessualità, mi aveva alquanto sconcertato e interessato.

 

Gli avrei fatto una domanda, a Francesco. Una di quelle domande dirette che all'inizio fanno o potrebbero far male a chi le riceve e poi deve rispondere. Poi invece fanno bene e oltretutto abbreviano i tempi del percorso di lavoro.

 

E quel giorno l'uomo giunse da me in pieno marasma, evidentemente sconvolto, preoccupato, imbarazzato.

Ciò rafforzò la mia decisione.

Qualche sciocco convenevole di routine e poi sparai: "Francesco, lei è omosessuale?".

Lui mi guardò, fulminandomi, poi iniziò a barcamenarsi.

"Francesco, mi risponda, per favore!".

Silenzio.

Un silenzio per una decina di lunghissimi secondi. Poi si mise a piangere come un bambino.

Sì, era omosessuale. Se ne era reso conto all'inizio della scuola media.

Una volta non aveva chiuso bene la porta della propria cameretta e la madre lo aveva sorpreso - tredicenne - a truccarsi ed a vestirsi con abiti femminili.

"Quante cinghiate ho preso quel giorno da mio padre!!" Mi disse, singhiozzando.

 

Già, il padre....

Commerciante noto in tutto il paese, donnaiolo inveterato e traditore seriale della povera moglie, maschilista a tutto tondo.... Praticamente il sapere d'avere un figlio finocchio lo aveva annientato. La madre, del tutto succube del padre e culturalmente simile, la pensava come lui.

Che fare, quindi?

Nascondere.

La famiglia - padre, madre, e i due fratelli maggiori "sciupafemmine" come il babbo - aveva deciso di nascondere. Evitare qualsiasi dubbio tra la gente ("Per mio padre la gente accetta di più un filibustiere etero che un uomo onesto gay!" mi disse una volta Francesco). Obbligare il reprobo a fare lo scalmanato, a dar noia alle ragazze, lui che già era innamorato di un compagno di classe.

Poi il servizio militare, con il padre che minacciò di toglierlo dal mondo se lo avessero rispedito a casa come pederasta......

Appena tornato dalla sofferenza in divisa, nella ricerca dela vita normale, ecco il matrimonio già organizzato con la figlia di un dipendente del padre....

 

"Il giorno del mio matrimonio, non fu il mio matrimonio. Fu il mio funerale..." Mi disse, poi proseguì: "Tra le gente invitata c'era un ragazzo che tutti sapevano gay, ma che mio padre aveva dovuto invitare perché figlio di un suo fornitore. Era stato uno dei primi a rivelarsi in paese e fu colui che fino all'ultimo mi consigliò, pregò di non fare quel passo, ma non potevo fuggire, ormai!".

Poi la prima notte di nozze, la vita matrimoniale, vivere con indosso un abito che lo soffocava, con l'assillo del padre che ogni mese chiedeva se ci fossero novità interessanti sul versante "nipotini"....ed ecco l'inizio, ovvio, del deterioramento del rapporto matrimoniale con quella poveretta di moglie.

Anni e anni di una sofferenza continua, inaudita.

 

"E' ovvio che non puoi continuare a sopportare un'esistenza così..." Gli dissi una volta "...adesso diremo a tua moglie che ci sono alcune questioni da approfondire, tra noi due e che quindi c'incontreremo in due in altre occasioni....".

"E perchè?".

"Non te lo immagini?".

"No...io....". Ma se lo immaginava benissimo.

"Perché io cercherò di tirar fuori dalla tua mente e dal tuo cuore tutta la forza interiore affinché tu possa comunicare a tua moglie come stanno le cose!".

"Oddio!! E i ragazzi???".

"Ci organizzeremo anche in questo senso....".

"La fa semplice, lei!".

"No. E' complicata, invece. Però è l'unica cosa da fare...".

 

Lavorammo con Francesco sulla sua autostima, sull'ansia, sulla percezione di sé..... Mi meravigliò molto il totale assenso della moglie al nostro vederci. Evidentemente sapeva - o sperava? - che si lavorasse a qualcosa d'importante.

Lavorammo per dei mesi, fino a quando una mattina, mentre attendevo solo lui, in studio, mi giunse insieme a Anna Maria. 

Mi ricorderò per sempre il volto della donna: un misto tra lo sconvolto e il sollevato.

Le aveva detto tutto, dopo che avevano accompagnato i figli a scuola e lei, dopo un gran pianto iniziale, lo aveva abbracciato dicendogli "Adesso ti lascerò libero...Ma dobbiamo pensare al benessere dei ragazzi....".

Incredibili donne....

 

La separazione avvenne per incompatibilità di carattere" e ovviamente fu del tutto soft. I figli sopportarono bene il trauma della separazione e del divorzio grazie alla sensibilità dei propri genitori.

Quando il figlio minore compì 20 anni, lui comunicò il proprio essere alla prole.

Contrariamente a quel che pensavo, l'omosessualità del padre venne accettata peggio dalla figlia che non dal ragazzo. Si lavorò pure con lei.

Adesso ognuno vive la sua vita, con FRancesco che è un padre e un nonno (ebbene sì....) splendido.

 

Carissimi, nella mia professione non ho incontrato solo Francesco. Tanti altri uomini e donne hanno vissuto una via crucis simile e non a tutti, soprattutto nei precedenti decenni e finita bene.

Non deve accadere. Mai più.

 

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I M P O R T A N T E....... MODALITA' OPERATIVE

I M P O R T A N T E....... MODALITA' OPERATIVE - Dr. Giancarlo PETRI



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"Amo la psicoterapia: nulla è meglio che parlare con chi non ha nessun coinvolgimento emotivo nella tua vita...".
 (E. Mendes)




COME LAVORO CON I MIEI PAZIENTI.......

  

1) INDIVIDUI SINGOLI: il lavoro si divide in due parti ben precise: la parte iniziale, che richiede tre incontri (di solito) e che mi permette di attuare una psicodiagnosi - anche sul versante eziologico - sufficientemente attendibile attraverso l'utilizzo del colloquio e di mezzi diagnostici come i tests. Di questa ne parlo al diretto interessato, con le susseguenti spiegazioni e indicazioni. Successivamente inizia il rapporto operativo vero e proprio (terapeutico, di sostegno o di consulenza), la cui durata non è precisabile. Gli incontri possono avvenire una (di solito) o due volte alla settimana. La durata di un intervento è di 45 minuti. Solo il primissimo incontro può "sforare" tale limite. Perchè 45 minuti? Perchè di solito in un adulto le capacità attentive di buona qualità durano più o meno intorno ai 45/50 minuti.
Ho disponibilità ad essere contattato telefonicamente o via e-mail, se necessario.


2) COPPIE: se mi chiedono una terapia comune, appunto di coppia, al fine di chiarire ed eliminare o indebolire le dinamiche negative in essa presenti, agisco così: attuo una serie d'incontri che si divide in una parte iniziale ed una successiva. Nella parte iniziale ricevo la prima volta i due insieme, poi lui o lei, poi lei o lui, poi di nuovo noi tre insieme e ulteriori due incontri singoli. Anche durante questa azione posso utilizzare tests e reattivi mentali. Successivamente si sviluppano gli incontri SEMPRE a tre. IMPORTANTE: in un lavoro siffatto, il sottoscritto è il consulente di entrambi e quindi NON puo' privilegiare uno o l'altra. Gli incontri di solito avvengono una volta alla settimana; la durata, a parte il primo, è di 45 minuti.


3) MINORI: qui è necessaria un'accurata precisazione.

* Il primo incontro si svolge sempre tra noi adulti, senza il bimbo od il ragazzo.

a) Bimbi molto piccoli, fino ai tre anni: osservazioni sul campo (miei consulenti osservano per tre/quattro volte il piccolo nei propri ambienti di riferimento (casa, nido)), osservazioni in studio, schede osservative da riempire per i genitori, consigli susseguenti ai genitori ed eventualmente alle educatrici. L'intervento non presuppone l'utilizzo di mezzi diagnostici - se non poco materiale strutturato - data la giovane età del soggetto e la mancanza di capacità attentive, linguistiche e strumentali;

b) Bambini dai tre ai cinque anni: più o meno come sopra, ma con un'accentuazione degli interventi diagnostici in studio;

c) Ragazzi in età della scuola dell'obbligo: prioritario nettamente l'intervento in studio, con colloquio e la somministrazione di tests e reattivi mentali di vario tipo, schede osservative da riempire dai genitori, in situazioni eclatanti osservazioni sul campo (casa, scuola, extrascuola), se necessario segue poi l'intervento psicoterapeutico vero e proprio, frequenti contatti con la famiglia (talvolta terapia pure con essa, se non scappa.....) e i Docenti. Un incontro alla settimana. Durata di un incontro: in relazione alla durata qualitativa dell'attenzione del soggetto, ma non meno di trenta minuti.

IMPORTANTE: PER I MINORI FIGLI DI COPPIE SEPARATE O DIVORZIATE, L'INTERVENTO PUO' ESSERE ATTUATO SOLO CON L'AUTORIZZAZIONE SCRITTA DI ENTRAMBI I GENITORI.


4) INTERVENTI PERITALI (CTP = Consulente Tecnico di Parte): ahimè, accade sempre più frequentemente che nell'ambito di una separazione coniugale, si giunga al "giudiziale", cioè ad una fase di conflittualità così dura, tra i due ex coniugi, da richiedere l'interventodei tribunali - Ordinario e dei Minori - per redimere la diatriba. In questo caso il Tribunale nomina il proprio Consulente Tecnico di Ufficio (CTU) mentre i "duellanti" nominano i propri CTP (Consulenti Tecnici di Parte).

Collaboro con diversi legali matrimonialisti e sovente mi capita l'ingrato compito di fare da CTP per un signore od una signora. Di fatto divento la loro figura tutelante e consulente durante tutto il difficile iter giudiziale.

La mia presenza si esplica:

1) Nell'accompagnamento del Cliente agli incontri con il CTU;

2) Nell'accompagnamento del Cliente agli incontri con i vari legali e la controparte;

3) Nell'accompagnamento del Cliente alle sedute in Tribunale (non sempre è necessario);

4) Tengo i rapporti con il legale del Cliente e relaziono i vari momenti del percorso;

5) Stendo la relazione finale come CTP;

6) Partecipo alle conclusioni finali del percorso (contraddittorio) e accetto o meno (in questo caso esprimendo una controrelazione) la relazione finale del CTU;

7) Do supporto psicologico e indicazioni al Cliente.

 

 

QUESTO PER LE SEPARAZIONI E I DIVORZI GIUDIZIALI, MA GLI INTERVENTI PERITALI INTERESSANO ALTRO.....

La "valutazione del danno", cosa significa?

Se da un qualche oggettivo evento negativo derivante da dolo o incapacità di altri un individuo si sente danneggiato o addirittura severamente colpito in ambito psicologico ed emotivo, può chiedere - nell'intraprendere una causa penale o civile - il supporto di un proprio consulente che certifica i "danni" che la persona ha ricevuto dall'evento negativo in questione.

Oltre a relazionare la perizia, si accompagna il Cliente alle sedute, alle visite collegiali e presso tutti gli altri eventi in cui potrà avere bisogno della presenza del consulente.


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Quando lavoro con una persona e devo parlare "dell'inverno" (ognuno di noi ha "un inverno".... Non devo certamente spiegare ora che cosa significa...) non dico solo che dopo giungeranno la primavera e l'estate. Bensì cerco di dimostrare che pure l'inverno può contenere qualcosa di bello; cerco altresì di dimostrare che di solito è l'inverno che ci fa crescere, non l'estate.
D'estate tutti sono capaci di godere. E' facile...
L'inverno ci fa crescere, anche se pare stroncarci col suo freddo, in certi momenti.
E più rigido è, e più ci fa crescere...

 - Dr. Giancarlo PETRI
Forse non potremo essere tutti grandi centravanti, ma ognuno di noi può essere un ottimo comprimario nel gioco della vita che - Charlie Brown sbaglia - non si ferma mai.....

 - Dr. Giancarlo PETRI
VAN GOGH: quando la sofferenza diventa grandezza....

Solidi come la roccia,
liberi come il vento,
adattabili come l'acqua......

 - Dr. Giancarlo PETRI
Dr. Giancarlo PETRI

Guardarsi dentro, alla ricerca di noi....

Dr. Giancarlo PETRI

Il logo dell'Ordine degli Psicologi

Dr. Giancarlo PETRI

Il Centro di Consulenza è convenzionato con AZIENDA AMICA, offrendo sconti ai Soci.

Dr. Giancarlo PETRI

Lo stemma della mia famiglia. Le radici.....

Dr. Giancarlo PETRI

Droga? MAI! Vedi in terza pagina.

Dr. Giancarlo PETRI

Ricordiamo sempre pure questo...

"LINKS INFORMATIVI"

"Ordine degli Psicologi Toscana"