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STORIE DA UNA PROFESSIONE

RICORDI DI PERSONE INDIMENTICABILI - MODALITA' OPERATIVE: COME LAVORO...

RICORDI DI PERSONE INDIMENTICABILI - MODALITA' OPERATIVE: COME LAVORO... - Dr. Giancarlo PETRI

 

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ANCHE SE AVRO' AIUTATO UNA SOLA PERSONA A SPERARE, NON AVRO' VISSUTO INVANO....

(M.L. King)

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- PERSONE INDIMENTICABILI (in positivo e in negativo....).  SEMBRA LA SCENEGGIATURA DI UN FILM, INVECE E' TUTTO VERO.... -


IL PROSSIMO INTERVENTO, IL 15 AGOSTO 2018.....

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E ancora......:

Dato che sempre nuove persone vengono a trovarmi (sono a una media di 700/900 visitatori al mese, che visitano il mio sito!), ho deciso di lasciare inseriti i pezzi dei mesi precedenti, così potranno essere letti dai nuovi.

Andranno a scomparire lentamente, via via che lo spazio si riempirà.

Confermo che sto pensando di pubblicarli in un libro.

Avrò tempo per farlo? 

Vedremo. 

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(IL PEZZO DI LUGLIO)

 

GIUNGERE ALLA VITTORIA, NONOSTANTE TUTTO....

 

Questo, amiche e amici, è sicuramente uno di quei miei pezzi che portano molte persone a pensare o addirittura a dirmi "Questa storia te la sei inventata tu per far coraggio alla gente!".

E invece no. E' assolutamente vera, come tutte le altre che l'hanno preceduta e che la precederanno. Cambiano solo molti particolari per non rendere riconoscibile la persona di cui parliamo. In ogni caso racconto storie di anni, lustri, o addirittura decenni fa.

Pure questa, anche se è terminata da un paio d'anni, prende il via diverso tempo addietro.

 

Giunse da me una ragazza nella quale si scontravano due entità: la propria essenza solare, assolutamente simpatica, con un sense of humor eccezionale, con una risata (le poche volta che la faceva) del tutto contagiosa.... e l'individuo cupo, triste, sfiduciato, portatore di un principio di depressione reattiva associata ad altre problematiche che vedremo tra poco.

Aveva avuto un percorso di vita assai impegnativo, Anita - chiamiamola così - , sin da quando era venuta alla luce: rimasta presto orfana di madre, con un padre assente per ovvi motivi, con un fratello portatore di patologie mentali, con altri fratelli e sorelle a cui badare e di cui preoccuparsi.

Originari del profondo sud, quando questi ragazzi furono in grado di potersi muovere, già grandi o grandicelli, si spostarono in Toscana - mentre il padre ed il fratello restarono giù - ed iniziarono a vivere, a cercare di vivere, costruendo la propria esistenza in una realtà familiare in cui i più grandi aiutavano i più piccoli, in cui i primi fungevano anche da genitori per gli ultimi fratelli e sorelle.

Ne fece di tutte, Anita, per tirare avanti: ogni tipo di lavoro, pur senza scordare due aspetti sostanziali nel e del proprio vivere.

Si rammentò sempre di cercare di vivere e mai dimenticò i propri obiettivi scolastici, da portare avanti ad ogni costo, anche se la frequentazione dell'università - oltretutto una delle due o tre facoltà più difficili in assoluto - le causava frustrazione perché non riusciva ad andare avanti velocemente come avrebbe voluto. D'altro canto la ragazza lavorava da cameriera, baby sitter, sorella più grande.... Non aveva giornate noiose, Anita.

Ma il percorso di vita prima o poi ti chiede di pagar pegno.

 

Ecco perché Anita era arrivata nel mio studio: si sentiva depressa, triste, con frequenti scoppi di rabbia, con varie somatizzazioni, con un senso di disistima perché appunto non si vedeva sufficientemente svelta nel percorso accademico, ma soprattutto perché temeva di diventare pazza e di far del male alla nipotina che letteralmente adorava e che veniva ricambiata in pieno dalla bimba.

 

Il responso dell'intervento valutativo e diagnostico fu chiaro: la giovane donna era davvero portatrice di un principio evidente di depressione reattiva, con un'accentuata componente disistimica, ma soprattutto con un eclatante disturbo ossessivo compulsivo, impregnato di fissazioni (la prima, il timore di far del male alla bambina) e da manie di controllo, con ossessioni aggressive e quindi con il terrore di perdere il controllo verso le persone più amata, ad iniziare dalla nipote.

Essendo una ragazza intelligente, oltretutto impegnata in una facoltà universitaria scientifico-biologica, non ci furono problemi nel farle comprendere che i suoi terrori non si sarebbero mai concretizzati e che il suo timore di perdere il controllo derivava proprio da non aver avuto fino a quel momento il controllo della propria esistenza.

Un'esistenza che essendo stata causa di un'accentuata deprivazione affettiva (la mamma morta ed il papà impegnato o al lavoro o a seguire il fratello disabile) l'aveva condotta a maturare le disistima di cui sopra.

Non era bipolare, Anita, ma ciclotimica sì. Eccome, se lo era e quando era nella giornata "no", era dura lavorarci....

Ma proseguimmo il nostro cammino e rammento che un giorno la colpii non poco quando le feci presente che lei doveva essere orgogliosa di se stessa perché per tutto ciò che aveva vissuto, aveva corso il rischio di perdersi cosa che invece non le era accaduto.

"Quando il mattino ti osservi allo specchio..." le dissi, mentre lei si commuoveva "...cerca di essere orgogliosa di te stessa, perché hai dimostrato e dimostri una forza e delle capacità assai notevoli!".

 

Ovviamente, lavorare con una persona assai intelligente e problematica, vuol dire lavorare con una persona  splendidamente dura..... che se non è convinta, per farle accettare qualcosa ci dobbiamo sudare. Ma procedemmo, pur tra alti e bassi.

Un giorno venne da me e mi annunciò che sarebbe andata a far l'Erasmus a Siviglia, in Spagna.

"Ma lo spagnolo lo sai?".

"No, ma lo impererò!!".

E se ne stette in Adalusia per un anno, tenendosi in contatto col sottoscritto via mail e sms....

Ci stette, sostenendo perfino qualche esame, oltre a frequenti stati alcolici....

Poi tornò, felice per l'esperienza vissuta e decisa a dare un colpo d'accelleratore agli studi, dopo la vacanza andalusa.

Qui?

Neanche per idea: decise di recarsi in una città del Nord Italia per ultimare la laurea specialistica e noi due, tra interruzioni più o meno lunghe, continuavamo a vederci e/o a sentirci. La disistima e la depressione stavano scomparendo, il carattere effervescente, no, ma faceva parte di lei.

Lassù, lavorando e studiando, portò in fondo il proprio percorso, laureandosi brillantemente non dico in quale disciplina, ma assicuro che è assai complessa, non da tutti.

Poi è entrata nel mondo del lavoro, iniziando a conquistare ciò che il suo essere in credito nei confronti della vita le sta riservando.

Bella persona, Anita.

 

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(IL PEZZO DI GIUGNO)

 

AIUTARE UN "TEPPISTA"......

 

Sono in una fase della mia vita professionale in cui, come probabilmente vi spiegherò meglio la prossima volta, devo fare i conti con il mio essere persona e professionista. In queste fasi si ripensa al passato e ti vengono in mente i mille episodi che ti hanno riempito l'esistenza.

Spesso, per fortuna, sono episodi belli, o comunque finiti bene dopo un inizio che a tutto faceva pensare fuorché a un esito positivo.

Eccone uno, di un ventennio fa....

 

Mi entrò in stanza la professoressa coordinatrice del team docente delle terze medie. Io ero lo psicologo collaboratore di quell'istituto scolastico comprensivo.

Mi meravigliai, nel vederla così sconvolta, lei, sempre calma e ponderata.

Non ci fu bisogno che le chiedessi il perché del suo stato, dato che fu lei a entrare in argomento.

"Quest'anno è arrivato in classe un nuovo alunno, pluriripentente. Viene da Napoli e credo che abbia una situazione familiare terribile, ma soprattutto, da quanto sto figliolo è con noi, non riusciamo più a fare nulla.... Disturba in continuazione, è strafottente...sì, pare sempre incavolato nero.... Apprendimenti, ovviamente, pari a zero. Si è picchiato con il mio collega di educazione fisica, ma comunque manda tutti noi a quel paese. La scorsa settimana ha spedito un compagno al pronto soccorso... I genitori degli altri ragazzi sono già in ebollizione.

E' per questo che con la preside abbiamo deciso di coinvolgerti, prima di parlare con l'assistentato sociale e eventualmente con i carabinieri...".

"Uhm... Ascolta, facciamo così: mettiti d'accordo con i colleghi e digli che una mattina andrò nella loro classe a fare un incontro generale e generico con gli studenti.... Avrei dovuto farlo in ogni caso, tra poco... Vuol dire che lo anticipo...".

"Bene, poi dopo questo primo sondaggio, ci ragguaglierai....".

"Certamente. Ah, convocate i genitori del ragazzo...".

"C'è solo la mamma...".

"Eccoci là!! Convocate lei...".

 

Entrai in classe dieci giorni dopo. Già mi conoscevano, i fanciulli e le fanciulle, quindi non si meravigliarono poi molto. 

O meglio, uno si meravigliò, sì, proprio lui, Gennaro - chiamiamolo così - stupito per l'arrivo di questo tizio mai visto.

Ma pure il "tizio" si stupì, perché vidi il giovane seduto stravaccato al suo posto, mentre aggeggiava con un piccolo motore elettrico, di quelli da modellini.

Qualche convenevole con gli altri, poi entrammo a parlare della loro esperienza nei primi mesi di scuola.

In otto secondi, senza mai farne il nome, si giunse al famoso "elemento di disturbo", quando molti ragazzi e soprattutto le ragazze segnalarono chiaramente che dall'inizio di quell'anno scolastico "in classe non si vive più....".

 

Non c'è situazione più brutta di quando una classe si mette contro a un proprio compagno.

E' terribile perché cresce costantemente la tensione, il reprobo ovviamente non viene inserito e integrato e questo favorisce in lui il consolidamento dei comportamenti aggressivi e provocatori che peggiorano la situazione.

Un circolo perverso, insomma.

 

Parlavamo, con gli studenti, e non appena Gennaro comprese che si parlava di lui, iniziò a cantare ad alta voce mentre proseguiva la riparazione del motorino.

Cantare così forte, da disturbare il nostro confrontarci.

Feci terminare quasi di colpo la questione "nuovo-compagno-che-rompe-le-scatole" e approfittando del loro essere in terza media, chiesi se si poteva fare un piccolo sondaggio sulle loro preferenze in relazione all'ormai prossima scelta della scuola superiore da frequentare e quale lavoro gli sarebbe piaciuto intraprendere da "grandi".

Gennaro si mise zitto, ad ascoltarci. Sempre stravaccato maleducatamente, ma zitto e attento.

Passavo da alunno a alunno.

"In quale scuola superiore vuoi iscriverti? Cosa ti piacerebbe fare da grande?".

Giunsi anche da lui, che in partenopeo stretto, strettissimo, mi rispose che alla scuola da frequentare dopo, non ci aveva minimamente pensato, mentre per il lavoro, voleva "faticà" come elettricista.

Gli chiesi cosa stesse aggeggiando in quel momento e lui quasi si meravigliò per la domanda. Mi rispose con attenzione e con - diciamo così - cortesia.

Percepivo comunque un suo netto livore verso le figure adulte, indifferentemente maschili o femminili.

La campanella pose fine all'incontro.

Volevo sapere la storia di questo ragazzo. Mi fiondai dalla preside ricordandole di convocare la mamma di Gennaro.

 

Una settimana dopo la donna mi fu di fronte.

Era chiaramente indigente, assai mal messa economicamente e culturalmente, ma soprattutto con una evidente depressione addosso.

Non mi raccontò una bella storia, questa signora: lasciata dal marito invaghitosi di un'altra, con tre figli sulle spalle, si era trasferita da Napoli in Toscana, da una sorella, per riprendere una vita "normale", ma in quel momento viveva come donna delle pulizie precaria...

Aiuti da parte del marito, rimasto giù, ovviamente nulla.

Una vita d'inferno quella da lei vissuta, con i figli - soprattutto Gennaro - che avevano assistito a frequenti violentissime liti tra i genitori. In una occasione Gennaro si era frapposto tra la madre e il padre, che l'aveva presa per la gola.

Che idea poteva avere, questo ragazzo, delle figure adulte maschili e femminili? Che considerazione poteva provare verso di noi "grandi"?

Gli uomini? Il padre violento, assente, ubriaco. La madre debole, rassegnata, vittima sacrificale. "L'altra", una zoccola sciupa-matrimoni.

E dopo? Ecco altri adulti incarnati nei professori che ovviamente ti chiedono qualcosa...

Ecco le cause del carattere di Gennaro, che comunque andava salvato.

 

Qualche giorno dopo, eccomi fuori dalla scuola, all'ora dell'ingresso. Arriva il giovanotto e lo fermo. Mi osserva meravigliato e sospettoso. Possibile volessi proprio lui? Lui, normalmente, non lo cercava mai nessuno, se non per sgridarlo.

Apro la mia borsa e tiro fuori un transistor.

"Ascolta, non mi funziona più. Potresti dargli un'occhiata? Mi farebbe piacere!".

Lui mi guardò ancor più meravigliato, ma il sospetto era svanito, non l'indecisione, però.

Avete presente quando un cucciolo selvatico vuole avvicinarsi a voi che gli offrite del cibo, ma ha paura? Lui era eguale.

Comunque mi prese la radio e mi disse che l'avrebbe controllata.

A quel punto non era più meravigliato e indeciso: era orgoglioso.

 

Non mi fermai lì.

Conoscevo un bravissimo elettrotecnico, bravo come tecnico e ancor più bravo come uomo. Un vecchio artigiano, ormai oltre la pensione, che però teneva aperto il proprio piccolo laboratorio. Un uomo impegnato nel volontariato e sinceramente portato verso gli altri.

Non c'è più, questo amico, ma lo porto ancora nel cuore.

Andai da lui.

"Chi mi aiuteresti ad allevare e a far crescere un lupacchiotto selvatico che ha sofferto un monte e che all'inizio potrebbe mordere e graffiare?".

La domanda era troppo eccitante per avere un "no" per risposta.

"Mandamelo quando vuoi...".

Ottimo.

Due giorni dopo, mentre Gennaro trionfante mi riportava la radiolina funzionante, gli proposi di andare ad imparare ancora di più in un vero laboratorio, da un mio amico. C'era solo un problema: che poteva andarci solo dopo la chiusura della scuola, dopo aver superato gli esami di terza media. Nel frattempo, se voleva, mi avrebbe fatto piacere parlarci ogni tanto, venendo da me, nella mia stanza a scuola....

Quei mesi furono impegnativi, non lo nego, ma la farfalla uscì davvero dal bozzolo.

Non solo il nostro amichetto superò gli esami, ma ce la fece pure a ottenere successivamente un diplomino triennale nel proprio specifico campo.

Il laboratorio non ha chiuso dopo la morte del proprietario: lo gestisce Gennaro, ormai grande.

 

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(IL PEZZO DI MAGGIO)

 

I FIGLI VANNO DOVE LI INDIRIZZANO I GENITORI.......

 

Che cosa vuol dire? Vi chiederete.

Ecco un esempio assai esplicativo. E' UN esempio, ma potrei farne moltissimi, di questo tipo e purtroppo vanno aumentando di numero di anno in anno, oltretutto senza più differenza tra la grande città ed il piccolo centro.

Nel passato, ho segnalato altri episodi simili.

 

Ci dice l'esperienza  che spesso molti ragazzi danno segni di disagio sin da piccoli, sin da quando frequentano la scuola per l'infanzia e in certi casi fin da allora l'istituzione scolastica attiva gli interventi per cercare di aiutarli, segnalando i casi più gravi all'assistentato sociale. Questi, poi, coinvolge le famiglie e, se necessario, il Tribunale dei Minori. Ma questo accade nei casi più gravi e più preoccupanti.

 

Veniamo al dunque: qualche anno fa, in un piccolo centro di provincia, un luogo ameno in cui ci si conosce tutti ed in cui esiste una solidarietà che ormai in città è solo un ricordo malinconico, scuola per l'infanzia con tre sezioni e in una di queste tre bimbetti con un comportamento oggettivamente sopra alle righe.

Le insegnanti in momenti diversi fecero presente ai genitori dei tre - prima da sole, poi con il supporto della dirigente scolastca - che forse ci sarebbe stata la necessità di attuare un controllo e una valutazione specialistica visto il comportamento preoccupante degli alunni in questione.

Delle tra famiglie, una non si presentò neppure; le altre due si rifiutarono con offesa decisione di sottoporre il proprio figlio ad una valutazione specialistica.

Intanto il tempo trascorreva e i ragazzi crescevano, assumendo sempre di più prima la nomea di discoli del paese e di confusionari in classe, poi  il quadro peggiorò notevolmente: il loro crescere fisicamente, anziché portare meglioramenti comportamentali, li peggiorò notevolmente.

Ormai non erano più i discoli della classe e del paese, bensì avevano messo in mostra atteggiamenti e comportamenti ai limiti o forse oltre, del bullismo e del teppismo.

In ogni ambiente da essi frequentato lasciarono il proprio ricordo: dalle varie classe alla squadra di calcio, dal catechismo al doposcuola, o semplicemente anche

nei giardinetti della loro località....

I carabinieri avevano già convocato i genitori, per avvisarli e allertarli di nuovo, ottenendo poco a nulla.

Erano famiglie assenti o ipergiustificative.

 

Ma l'exploit più eclatante avvenne in estate: scuole chiuse, caldo e tanta noia.... I nostri amici, quattordicenni, a tirar tardi.....

Una notte i tre compari si trovarono a transitare in prossimità della biblioteca comunale del paese e notarono che il finestrino del bagno era socchiuso (o lo aprirono loro? Non ci è dato saperlo). Dal notare questo al decidere di intrufolarsi dentro fu un attimo e una volta dentro iniziò una sistematica opera di devastazione dell'ambiente.

Le fotocopiatrici, il proiettore, ma soprattutto i libri e i dvd..... tutto buttato all'aria o distrutto. Soprattutto nello strappare i libri, misero in mostra un impegno e una costanza degni di nota.

Ai nostri eroi, però, era sfuggita una elementare considerazione: anche all'una di notte, d'estate la gente gira o per sfuggire al caldo o per gustare un bel gelato e quindi ci furono diverse persone che prima si allarmarono per la confusione che usciva dalla biblioteca e dopo, pensando, ai ladri, chiamarono i carabinieri.

Fu così che quando il gruppettino uscì  dal bagno, trovò il maresciallo e il brigadiere che li accolsero affettuosamente.

Intanto giunsero l'assessore, il sindaco e la responsabile della biblioteca e inorridirono..... I danni erano ingentissimi. In poco più di trenta minuti, pareva passato dalle stanze un vero e proprio terremoto. Danni ingenti e quindi costi ingenti.

 

Portati in caserma, i tre giovani virgulti rimasero in attesa dei genitori e - mi raccontò il maresciallo - mostrando un atteggiamento strafottente, provocatorio, assolutamente indisponente.

I genitori?

Uno, al telefono disse che era impegnato nel proprio lavoro notturno e non poteva lasciare assolutamente. La mamma del ragazzino non c'era: separati, era tornata ad abitare nel luogo d'origine, lasciando al marito il figlio e la figlia più piccola.

Gli altri due, invece, per poco non passarono dei guai con gli uomini dell'Arma visto che difesero a spada tratta i propri figli, affermando che "di compiere una bischerata può capitare a tutti....", "che in caserma di notte dovrebbero starci altri e non dei bimbetti!"....... Uno chiese chi, tra i cittadini avesse lanciato l'allarme e se era vero che li avevano visti uscire dalla piccola finestra del bagno.

 

Questo è un evento accaduto una quindicina di anni fa.

Oggi, quei ragazzi ormai trentenni, dove sono? Che cosa fanno?

Uno è in prigione.

Un altro è in America Centrale dove vive di espedienti.

Un altro è in comunità terapeutica. Ha due figli, avuti da due donne diverse ed è separato da tutte e due. Non frequenta questi piccoli.

I genitori?

Si lamentano perchè questi ragazzi "sono stati tanto sfortunati e le cattive compagnie li hanno rovinati...".

Davvero, le cattive compagnie??

 

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(IL PEZZO DI APRILE)

 

LA PROFESSORESSA  "CHE AVEVA PERSO LA TESTA"......

 

Una quindicina di anni fa, in provincia....

Se tu sei uno psicologo che opera anche in un piccolo centro e ti vedi giungere in studio tre ragazzini e ragazzine facenti parte di una classe liceale e tutti, separatamente, ti parlano male di una loro insegnante, ti meravigli, ma non troppo.

Cose così capitano, pensa anche lo psicologo. Ognuno di noi ha avuto almeno un professore con l'umanità di un anaconda e tutti noi siamo arrivati in fondo.

L'importante è aiutare questi ragazzi.

Se però poi ti capita di parlare casualmente con una collega e questa ti comunica che pure lei sta lavorando con due altre ragazze provenienti dalla medesima classe, t'insospettisci un poco.

E se successivamente, a una cena, parli con un altro collega che ti dice di averne uno pure lui e dopo hai l'occasione di parlare con un'amica genitrice di un ragazzino che ti illustra quasi con le lacrime agli occhi una situazione simile, allora inizi a preoccuparti....

 

Il quadro descritto era sempre il solito: una professoressa di mezza età, "storica" e validissima insegnante di un gruppo di importanti discipline, da decenni apprezzata e stimata dagli alunni, praticamente aveva perso il capo (come si dice in Toscana) e aveva iniziato a comportarsi nel peggiore dei modi: sempre valida nelle spiegazioni, ma con una umanità nei confronti degli alunni delle proprie classi del tutto gettata alle ortiche.

"E' sempre rabbiosa", mi riferì una ragazzina "Sempre nervosa... Non puoi chiedergli nulla, che scoppia. Non andare a giustificarti perché ti mangia viva!!".

Il ritornello, espresso da tutti gli alunni a me ed ai miei colleghi, ai genitori, agli altri insegnanti era sempre il solito, insomma.

 

Fu quando mi arrivò in studio il quarto studente di questa insegnante, che aveva maturato una vera e propria fobia scolastica e che, secondo i miei conti superficiali derivanti dai contatti con i miei colleghi era ormai il quindicesimo alunno del professoressa di cui sopra a cercare un supporto e un sostegno psicologico, allora decisi di approfittare dell'antica amicizia con il preside di quella scuola superiore per chiedere qualche informazione.

In un attimo, dopo una telefonata, ebbi l'appuntamento dal caro amico.

E questo dirigente scolastico mi confermò che più o meno dal mese di Novembre - eravamo a Marzo - la professoressa aveva preso a comportarsi in quel modo.

Era stata assente da scuola per una quindicina di giorni, riferendo di essersi dovuta assentare per recarsi nella propria città d'origine per varie beghe familiari, e quando aveva fatto ritorno era nelle condizioni attuali.

"So che adesso questa donna massacra psicologicamente gli alunni " Proseguì l'amico "...ma oggettivamente non ha mai avuto comportamenti sopra le righe, da interventi disciplinari.... Se chiedessi una ispezione al Provveditore, ne uscirebbe bene. Una professoressa sicuramente severissima e scarsamente empatica, ma globalmente inattaccabile....".

"Che però negli anni passati non si comportava così....".

"Giusto. Ma non posso certamente andare a farle un interrogatorio di terzo grado per sapere, che so, se è entrata in menopausa, o se sta lasciandosi col marito o no perché è zittella, o se ha parente che la fa preoccupare.... Però, sì, davvero sta donna dimostra d'essere furente, tesa, preoccupata...".

"Oddio, il fatto che sia così cambiata in poco tempo, non è un giusto motivo per chiederle spiegazioni?".

"E se lei mi manda a quel paese?".

"E se tu le dici che dei genitori sono venuti a lamentarsi? Non è possibile che su una classe di 26 ragazzi e ragazze, ben 15 siano costretti a andare dallo psicologo a causa dell'atteggiamento di una docente!".

"Ascolta, fammi parlare con la professoressa che coordina il team docente di quelle classi. Chiederò un parere anche a lei. Poi ti farò sapere.... Ok?".

 

Lo lasciai un poco sfiduciato, ma speranzoso.

Il preside, infatti, mi telefonò pochi giorni dopo per comunicarmi che forse potevamo fare qualcosa muovendoci da una richiesta che era stata espressa proprio dal collegio dei docenti.

Queste persone, infatti, avevano chiesto di fare una serie d'incontri sul burnout, la sindrome da stress acuto che può colpire i lavoratori, nella fattispecie quelli della istituzione scolastica.

"Per l'appunto la psicologa che collabora con noi è assente perché in maternità. Che ne dici se vieni tu a parlare ai docenti, per un paio di volte? Così in qualche modo ti avvicineresti anche a lei, oltre ad affrontare di un problema che potrebbe riguardarla!" Mi propose il preside.

Accettai.

 

Neppure un mese dopo, eccoci tutti nell'aula magna dell'istituto e il breve corso prese il via con la presentazione dei lavori. Comunicai, con il preside accanto a me, che durante l'iter del corso avrei attuato anche un incontro singolo, con ciascuno di loro, oltre a sottoporre ai presenti il materiale per avere un loro sociogramma, al fine di scoprire le dinamiche interne.

I lavori proseguirono alacremente una volta alla settimana, di pomeriggio, per due ore, poi giungemmo al momento degli incontri singoli e, anche se temevo che non sarebbe venuta adducendo qualche scusa, mi ritrovai di fronte alla professoressa famosa.

Dire che era schermata come un bunker è dir poco....

Si limitava a rispondere sì o no, dando chiaramente l'idea di essere insofferente e seccata per l'incontro. Un incontro, però, che io non potevo farmi sfuggire. Dovevo lanciarle quelche input, nonostante la sua non disponibilità.

"Talvolta a ognuno di noi può capitare un qualcosa che ci disturba, o che ci ferisce, o che ci preoccupa, o che addirittura ci angoscia.... Un qualcosa che interessa il lavoro, o la nostra famiglia, o la salute, o il rapporto di coppia.... Normalmente quando accade qualcosa di questo tipo, ci devasta e dentro di noi alberga un nervosismo frustrato e rabbioso che non aspetta altro per esplodere e uscir fuori....".

Mi osservava e vidi che aveva gli occhi pieni di lacrime.

"Beh..." Proseguii "... quando attraversiamo momenti simili, teniamo sempre in mente che gli altri non hanno colpe inerentemente al nostro stato, ma soprattutto teniamo presente che c'è chi ci può aiutare...".

Poi due o tre altre chiacchere e chiudemmo l'incontro.

 

Passarono due settimane.

Un giovedì, poco prima delle sette del mattino, stavo per aprire la porta i basso del mio studio, quando vidi scendere una signora da un'auto posteggiata lì di fronte.

Beh, era la prof, che mi venne incontro.

Non mi vergogno di dire che ero sorpreso, ma non sorpresissimo....

"Dottore le posso rubare due minuti?".

"Buongiorno. Certo. Saliamo su....".

 

Ecco "l'effetto diga"...... Parlò dalle sette alle 8,30 e smise solo perché era giunto il paziente dell'otto e mezzo.

Cancro al seno. Le era stato diagnosticato durante una serie di controlli fatti nella sua città. Si sarebbe dovuta operare in tempi brevi, ed era terrorizzata, oltre ad essere desolatamente sola.

Le chiesi perché non ne avesse parlato con le colleghe ed il preside. Mi rispose che se ne vergognava, perché lei odiava i pietismi che saltano fuori in queste circostanze.

No, le feci capire, tutto il suo atteggiamento era profondamente sbagliato. Forse comprensibile, ma sbagliato. E i suoi alunni, cosa cavolo c'entravano con le sue problematiche di salute?

Inoltre era sola, questa signora. Nubile, aveva trascorso gran parte della propria vita oscillando tra l'assistenza a una madre anziana e invalida - ora deceduta - e il lavoro con l'adorata scuola e gli amati ragazzi.

La prospettiva di perdere il lavoro a causa della malattia, la faceva impazzire. 

"Cara professoressa, adesso non deve farsi avviluppare dal dolore passivo, dilaniata dalle paure. Adesso deve indirizzare il proprio dolore verso la scoperta della forza per guarire. Sa che cosa farà? Parlerà con il preside ed i colleghi, spiegando loro codesto problema e soprattutto dopo ne parlerà ai propri ragazzi, in classe, scusandosi per il nervosismo degli ultimi tempi e chiedendo loro di aiutarla con la propria solidarietà....".

"Ecco il pietismo...".

"No. Ecco il rispetto che sorgerebbe negli alunni verso la propria docente! Vogliamo fare così?".

"Possiamo vederci ancora, vero?".

"Certamente. Se mi darà retta....".

 

Questa professoressa è ancora in vita, trasferita nella propria città d'origine ove vive il proprio pensionamento.

Ci sentiamo ogni tanto. I suoi auguri per Natale non mancano mai come non mancò di venirmi a trovare in ospedale, quando fui io a vivere un'avventura simile alla sua.

Si vede e si sente ancora pure con i suoi ex alunni.

 

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(IL PEZZO DI MARZO)

 

IL MIO PRIMO PAZIENTE.....

(Ricordi dal 1981....)

 

Antonio - chiamiamolo così - è stato il primo soggetto che ha fatto ingresso nel mio studio di allora. Davvero, è stato il primo in assoluto.

Eravamo all'inizio del 1981 e non so se era più tremante la voce del ragazzo che mi chiedeva un appuntamento, via telefono, o io che gli rispondevo.

Fissammo l'incontro e i pochi giorni d'attesa scivolarono in un secondo.

Neanche ventenne, era un gran bel ragazzo, pronto, simpatico, sensibile, assai creativo e......devastato dal dolore.

La storia di Antonio?

Molto semplice (si fa per dire): figlio di una delle prime coppie ad essersi separate e ciò lo aveva assai negativamente colpito, si trovava a dover sopportare ancora la conflittualità ormai perenne tra i genitori, insieme alla sorella più grande ed al fratello più piccolo.

Ma c'era dell'altro.

Bravissima promessa nello sport, in predicato di passare ad una squadra maggiore, aveva un anno prima del nostro incontro subito un incidente gravissimo che lo aveva costretto a interrompere con lo sport agonistico. Praticamente, aveva dovuto rinunciare alla scalata a dieci metri dalla vetta....

 

Non basta.

Il padre, attivamente impegnato in politica, gli aveva trovato un buon posto di lavoro. Sì, in banca, ma a Pescara.

Antonio, insomma, in pochi mesi si trovò a cambiar drasticamente la propria esistenza e le proprie aspettative di vita.

Lui che amava vivere all'aria aperta, fare sport, essere libero di sfogare le energie esplosive che gli albergavano dentro, si trovò a centinaia di chilometri da casa, a dividere un appartamento con colleghi di almeno dieci anni più grandi di lui, a lavorare dietro a un tavolo o dietro a uno sportello, con addosso il lancinante rimpianto del sogno svanito.

Non basta.

Il traferimento nella lontana città, dalla quale rientrava due volte al mese, mise in crisi il suo rapporto con la ragazza, e smisero di stare insieme.

Anche solo, quindi.

 

Il giovanotto che avevo di fronte era portatore di una depressione reattiva di prima grandezza, con una sindrome ansiosa acuta, una disistima all'ennesima potenza e, in più, ormai abituato non solo a farsi varie canne al giorno, ma anche a rifornire di droga gli amici lasciati qui.

Insomma, spesso e volentieri, tornava a casa in treno con etti di roba.....

Un comportamento del tutto autodistruttivo, messo in atto da una persona piena di rimpianti, arrabbiata con la vita e con una visione ultra pessimistica della vita medesima.

Mi rammento ancora di quando gli dissi (già allora credevo alle ripartenze.....) che anche dopo la notte più buia giunge l'alba.

Per poco non mi rovesciò addosso la scrivania.

"Quando cazzo deve venire l'alba, per me, eh???" Mi gridò, rosso in volto, con gli occhi pieni di lacrime.

Temetti di averlo perso, ma invece non se ne andò, anzi, il rapporto professionale e umano si rinsaldò sempre di più.

Era evidente che aveva un bisogno disperato di punti di riferimento, ma era anche uno di quei pazienti che quando se ne vanno dalla tua stanza o cessano la telefonata (con lui la disponibilità doveva essere "H24") ti lasciano sudato e preoccupato, invogliandoti a seguirli sempre di più.... Scatta quasi una lotta tra il terapeuta e le negatività che si porta dentro chi si ha di fronte.

Chiesi anche l'aiuto del suo medico di famiglia e di una psichiatra. Invitai altresì i suoi genitori a piantarla almeno per un poco col farsi la guerra.

 

Giungemmo all'estate e lui mi comunicò che le ferie le avrebbe trascorse da solo (uhmmmm!!) in un college situato in una ridente cittadina inglese, per potenziare la conoscenza della lingua.

Non mi piacque, la scelta, ma non potei farci nulla.

Durante l'ultimo nostro incontro, alla fine di Luglio, mi limitai a ricordargli che io ero a disposizione telefonica anche nel mio mese di ferie. Ma se dicessi che ero tranquillo, direi una solenne bugia.

 

Intanto i pazienti erano aumentati di numero, per fortuna, e avevo iniziato a seguire, in Giugno, una ragazza con pesanti disturbi alimentari.

Beh, mi scocciava lasciarla sola per tutto il mese di Agosto e qualche giorno prima del 15 - Ferragosto, uno dei momenti maggiormente depressivi, insieme al Natale!! - decisi di tornare dal mare per incontrarla almeno una volta.

Il programma era semplice: arrivo in mattinata, visita a casa della ragazza e dei suoi familiari, pranzo con i miei genitori, carico di vino e di primizie dell'orto da portare al mare e rientro.

E in effetti così andò, almeno fino al desinare.

Eravamo a tavola quando squillò il telefono. Rispose mia madre che mi avvisò che mi desideravano all'apparecchio.

Era Antonio, che dall'Inghilterra mi comunicava con voce già allappata e confusa che aveva inghiottito un'intera confezione di psicofarmaci, desideroso di farla finita.

Ma il disperato giovanotto non sapeva che in casa, i miei genitori avevano due apparecchi telefonici e due numeri, quindi mentre io lo tenevo sveglio, all'altro telefono mia moglie mise in allarme i genitori che attivarono la gente lassù al college.

Riattaccai quando sentii il frastuono provocato dallo sfondamento della porta della camera del ragazzo.

Abbastanza sconvolti, ci trattenemmo ancora dai miei, che non avevano non potuto assistere a quel bel trambusto, e quando stavamo per partire, ecco un'altra telefonata.

Era il padre di Antonio, che mi comunicava imbarazzatissimo che il figlio aveva chiaramente detto che sarebbe tornato in Italia solo se io fossi andato a prenderlo!!

 

Il 14 di Agosto, altissima stagione, grazie ai biglietti aerei procurati non so come da quel babbo disperato, io riportai a casa il nostro giovanotto, che decise di trasferirsi fino a Settembre a casa di una zia alla quale voleva un gran bene. Fui d'accordo.

Poi da Settembre riprese il lavoro col testone suddetto.

Procurargli una progettualità...... Ecco il compito primario di ognuno di noi, verso Antonio.

Dargli degli obiettivi, degli scopi....

Da dove iniziare, quindi, visto che lui consolidava sempre di più la sua visione paranoicamente pessimista dell'esistenza?

Mi rammento che in un'occasione, dopo una sua sparata stile pessimismo cosmico leopardiano, gli chiesi di farmi una promessa: "Quando ti sposerai voglio che tu m'inviti alle nozze, ma non come semplice partecipante, bensì come tuo testimone. Chiaramente, a quel punto non saremo più nel rapporto dottore/paziente, ma diventeremo amici!".

"Sì, bum!! Campa cavallo!!" Rise lui.

"Prometti!".

"Sì, prometto. Promettere il nulla non costa nulla!".

Intanto, però, lavoravamo.

Gli obiettivi? Gli scopi per vivere?

Il lavoro, che lo massacrava e non solo per la distanza e per l'ambiente in cui viveva.

Fu in un piovoso giorno di Novembre, un sabato, che Antonio mi disse che avrebbe voluto lasciare la banca per lavorare come rappresentante di commercio per la ditta della sua zia, ma che non aveva ancora comunicato tale scelta ai propri genitori perché l'avrebbero preso per matto. Come? Lasciare il posto in banca?? Follia!!

Io gli comunicai che ero del tutto d'accordo.

Con i suoi genitori? No. Con lui. Del tutto d'accordo e che io ne avrei parlato con i suoi.

Dopo lo scoppio della bomba, i due furono costretti ad accettare la volontà del figlio e del qui scrivente rompiscatole.

 

Parlammo del nostro viaggio di ritorno dall'Inghilterra, scherzandoci su, quando, sei anni dopo, con questo mio nuovo amico stavamo beatamente sorseggiando un calice prelibato, il giorno del matrimonio appena affettuato in una deliziosa chiesetta di campagna.....

 

1981/2019.... 

 

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I M P O R T A N T E....... MODALITA' OPERATIVE

I M P O R T A N T E....... MODALITA' OPERATIVE - Dr. Giancarlo PETRI



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"Amo la psicoterapia: nulla è meglio che parlare con chi non ha nessun coinvolgimento emotivo nella tua vita...".
 (E. Mendes)




COME LAVORO CON I MIEI PAZIENTI.......

  

1) INDIVIDUI SINGOLI: il lavoro si divide in due parti ben precise: la parte iniziale, che richiede tre incontri (di solito) e che mi permette di attuare una psicodiagnosi - anche sul versante eziologico - sufficientemente attendibile attraverso l'utilizzo del colloquio e di mezzi diagnostici come i tests. Di questa ne parlo al diretto interessato, con le susseguenti spiegazioni e indicazioni. Successivamente inizia il rapporto operativo vero e proprio (terapeutico, di sostegno o di consulenza), la cui durata non è precisabile. Gli incontri possono avvenire una (di solito) o due volte alla settimana. La durata di un intervento è di 45 minuti. Solo il primissimo incontro può "sforare" tale limite. Perchè 45 minuti? Perchè di solito in un adulto le capacità attentive di buona qualità durano più o meno intorno ai 45/50 minuti.
Ho disponibilità ad essere contattato telefonicamente o via e-mail, se necessario.


2) COPPIE: se mi chiedono una terapia comune, appunto di coppia, al fine di chiarire ed eliminare o indebolire le dinamiche negative in essa presenti, agisco così: attuo una serie d'incontri che si divide in una parte iniziale ed una successiva. Nella parte iniziale ricevo la prima volta i due insieme, poi lui o lei, poi lei o lui, poi di nuovo noi tre insieme e ulteriori due incontri singoli. Anche durante questa azione posso utilizzare tests e reattivi mentali. Successivamente si sviluppano gli incontri SEMPRE a tre. IMPORTANTE: in un lavoro siffatto, il sottoscritto è il consulente di entrambi e quindi NON puo' privilegiare uno o l'altra. Gli incontri di solito avvengono una volta alla settimana; la durata, a parte il primo, è di 45 minuti.


3) MINORI: qui è necessaria un'accurata precisazione.

* Il primo incontro si svolge sempre tra noi adulti, senza il bimbo od il ragazzo.

a) Bimbi molto piccoli, fino ai tre anni: osservazioni sul campo (miei consulenti osservano per tre/quattro volte il piccolo nei propri ambienti di riferimento (casa, nido)), osservazioni in studio, schede osservative da riempire per i genitori, consigli susseguenti ai genitori ed eventualmente alle educatrici. L'intervento non presuppone l'utilizzo di mezzi diagnostici - se non poco materiale strutturato - data la giovane età del soggetto e la mancanza di capacità attentive, linguistiche e strumentali;

b) Bambini dai tre ai cinque anni: più o meno come sopra, ma con un'accentuazione degli interventi diagnostici in studio;

c) Ragazzi in età della scuola dell'obbligo: prioritario nettamente l'intervento in studio, con colloquio e la somministrazione di tests e reattivi mentali di vario tipo, schede osservative da riempire dai genitori, in situazioni eclatanti osservazioni sul campo (casa, scuola, extrascuola), se necessario segue poi l'intervento psicoterapeutico vero e proprio, frequenti contatti con la famiglia (talvolta terapia pure con essa, se non scappa.....) e i Docenti. Un incontro alla settimana. Durata di un incontro: in relazione alla durata qualitativa dell'attenzione del soggetto, ma non meno di trenta minuti.

IMPORTANTE: PER I MINORI FIGLI DI COPPIE SEPARATE O DIVORZIATE, L'INTERVENTO PUO' ESSERE ATTUATO SOLO CON L'AUTORIZZAZIONE SCRITTA DI ENTRAMBI I GENITORI.


4) INTERVENTI PERITALI (CTP = Consulente Tecnico di Parte): ahimè, accade sempre più frequentemente che nell'ambito di una separazione coniugale, si giunga al "giudiziale", cioè ad una fase di conflittualità così dura, tra i due ex coniugi, da richiedere l'interventodei tribunali - Ordinario e dei Minori - per redimere la diatriba. In questo caso il Tribunale nomina il proprio Consulente Tecnico di Ufficio (CTU) mentre i "duellanti" nominano i propri CTP (Consulenti Tecnici di Parte).

Collaboro con diversi legali matrimonialisti e sovente mi capita l'ingrato compito di fare da CTP per un signore od una signora. Di fatto divento la loro figura tutelante e consulente durante tutto il difficile iter giudiziale.

La mia presenza si esplica:

1) Nell'accompagnamento del Cliente agli incontri con il CTU;

2) Nell'accompagnamento del Cliente agli incontri con i vari legali e la controparte;

3) Nell'accompagnamento del Cliente alle sedute in Tribunale (non sempre è necessario);

4) Tengo i rapporti con il legale del Cliente e relaziono i vari momenti del percorso;

5) Stendo la relazione finale come CTP;

6) Partecipo alle conclusioni finali del percorso (contraddittorio) e accetto o meno (in questo caso esprimendo una controrelazione) la relazione finale del CTU;

7) Do supporto psicologico e indicazioni al Cliente.

 

 

QUESTO PER LE SEPARAZIONI E I DIVORZI GIUDIZIALI, MA GLI INTERVENTI PERITALI INTERESSANO ALTRO.....

La "valutazione del danno", cosa significa?

Se da un qualche oggettivo evento negativo derivante da dolo o incapacità di altri un individuo si sente danneggiato o addirittura severamente colpito in ambito psicologico ed emotivo, può chiedere - nell'intraprendere una causa penale o civile - il supporto di un proprio consulente che certifica i "danni" che la persona ha ricevuto dall'evento negativo in questione.

Oltre a relazionare la perizia, si accompagna il Cliente alle sedute, alle visite collegiali e presso tutti gli altri eventi in cui potrà avere bisogno della presenza del consulente.


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Quando lavoro con una persona e devo parlare "dell'inverno" (ognuno di noi ha "un inverno".... Non devo certamente spiegare ora che cosa significa...) non dico solo che dopo giungeranno la primavera e l'estate. Bensì cerco di dimostrare che pure l'inverno può contenere qualcosa di bello; cerco altresì di dimostrare che di solito è l'inverno che ci fa crescere, non l'estate.
D'estate tutti sono capaci di godere. E' facile...
L'inverno ci fa crescere, anche se pare stroncarci col suo freddo, in certi momenti.
E più rigido è, e più ci fa crescere...

 - Dr. Giancarlo PETRI
Forse non potremo essere tutti grandi centravanti, ma ognuno di noi può essere un ottimo comprimario nel gioco della vita che - Charlie Brown sbaglia - non si ferma mai.....

 - Dr. Giancarlo PETRI
VAN GOGH: quando la sofferenza diventa grandezza....

Solidi come la roccia,
liberi come il vento,
adattabili come l'acqua......

 - Dr. Giancarlo PETRI
Dr. Giancarlo PETRI

Guardarsi dentro, alla ricerca di noi....

Dr. Giancarlo PETRI

Il logo dell'Ordine degli Psicologi

Dr. Giancarlo PETRI

Il Centro di Consulenza è convenzionato con AZIENDA AMICA, offrendo sconti ai Soci.

Dr. Giancarlo PETRI

Lo stemma della mia famiglia. Le radici.....

Dr. Giancarlo PETRI

Droga? MAI! Vedi in terza pagina.

Dr. Giancarlo PETRI

Ricordiamo sempre pure questo...

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