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STORIE DA UNA PROFESSIONE

RICORDI DI PERSONE INDIMENTICABILI - MODALITA' OPERATIVE: COME LAVORO...

RICORDI DI PERSONE INDIMENTICABILI - MODALITA' OPERATIVE: COME LAVORO... - Dr. Giancarlo PETRI

 

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ANCHE SE AVRO' AIUTATO UNA SOLA PERSONA A SPERARE, NON AVRO' VISSUTO INVANO....

(M.L. King)

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- PERSONE INDIMENTICABILI (in positivo e in negativo....).  SEMBRA LA SCENEGGIATURA DI UN FILM, INVECE E' TUTTO VERO.... -


IL PROSSIMO INTERVENTO, IL 15 DICEMBRE 2017........

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NB: Ricordo agli amici che mi seguono, che ho anche una rubrica su Facebook, dal titolo "PSICOLOGIA E FAMIGLIA".

Venitemi a trovare!!

 

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E ancora......:

Dato che sempre nuove persone vengono a trovarmi (sono a una media di 700/900 visitatori al mese, che visitano il mio sito!), ho deciso di lasciare inseriti i pezzi dei mesi precedenti, così potranno essere letti dai nuovi.

Andranno a scomparire lentamente, via via che lo spazio si riempirà.

Confermo che sto pensando di pubblicarli in un libro.

Avrò tempo per farlo? 

Vedremo. 

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(IL PEZZO DI NOVEMBRE)

 

(Di nuovo a proposito delle "RIPARTENZE")

 

QUANDO TORNA IL SOLE DOPO UNA NOTTE CHE PAREVA NON FINIRE MAI.....

 

Io credo - e adesso che sono "diversamente giovane"....  posso affermarlo con forza perché ho una esperienza quasi quarantennale - che insieme alla professione del medico e a quella dell'avvocato, non ci sia una professioni come quella dello psicologo che ti permette di entrare in rapporto, davvero, con tutto il bello e con tutto il brutto che esiste nel mondo e nell'esistenza degli esseri umani siano essi singoli o gruppi.

So che potrà apparire come un'affermazione profondamente antiscientifica, ma siamo davvero sottoposti a una impoderabilità totale, che impregna e condiziona tutta la nostra esistenza. 

Una imponderabilità talvolta positiva e talvolta negativa, in certi casi assolutamente tragica.

Ma nell'ambito delle positività, come ho già scritto qui in un'altra occasione, mi sono gradevolmente incontrato con quelle fasi della vita che io chiamo da sempre ripartenze.

Vedete, amiche e amici, non c'è che la morte che ci mette fermi totalmente. Per tutto il resto, invece, non è mai finita.

Mai, quindi, farsi condizionare e bloccare dal dolore, dalla tristezza, dalla rassegnazione soprattutto se ancora giovani (e oggi la giovinezza si è allungata molto, nel tempo).

Vi rammentate che oltre un anno fa qui vi raccontai due brevi storie che avevano visto ripartenze quasi miracolose? Entrambe di tipo sentimentale?

Beh, oggi ve ne illustrerò altre due - ovviamente "truccate" come sempre - che non hanno a che fare con i sentimenti, bensì con il lavoro.

Anche in questo caso, una storia è piuttosto lontana nel tempo; un'altra invece è abbastanza vicina.

 

PRIMO ESEMPIO: in questi anni abbiamo vissuto una crisi economica terribile e stiamo vivendola ancora.

Nell'ambito di questa brutta fase, uno dei settori che ha risentito più di tutti della terribile congiuntura è stato quello dell'edilizia, con ditte e ditte che hanno chiuso o che sono entrate in crisi e hanno dovuto lottare con le unghie e con i denti per riuscire a sopravvivere.

La ditta di Marco - chiamiamolo così - era una di queste con un'aggravante: aveva da pochi anni preso a muovere i primi passi nel mondo del lavoro, scegliendo sicuramente un momento non bello per iniziare - il passaggio dalla Lira all'Euro - e dopo ricevendo una bastonata terribile, appunto, dalla crisi.

Fu così che Marco ritornò da me. 

Sì, c'era già stato anni prima, da ragazzo, quando aveva attraversato un pessimo momento a causa di una conflittualissima separazione tra i propri genitori. Sapete? Una di quelle separazioni in cui sembra che le persone godano nello stare male e nel farsi male, ma questo è un altro discorso....

Tornò da me ed era veramente a pezzi.

Aveva rilevato la ditta edile dal padre, si era sposato ed era padre di un maschietto e di una femminuccia, il rapporto matrimoniale (ebbene, sì!) andava assolutamente in modo tranquillo e gratificante..... Tutto bene, quindi, se non fosse per il lavoro, enormemente in crisi. Eppure la sua era una piccola ditta storica, apprezzata in zona.

Ma se i soldi non girano il lavoro non c'è e se il lavoro non c'è, te ne stai con le mani in mano, vittima delle masturbazioni mentali, del senso di inadeguatezza, della disistima.

Era fortemente depresso, il nostro Marco, e me lo disse chiaramente.

Mi informò anche che stava pensando di chiudere la ditta, aperta dal nonno del Dopoguerra, ma anche questa scelta eventuale accentuava in lui la disistima ed il senso di inadeguatezza.

Gli chiesi se come lavoro fosse davvero a zero o se almeno qualcosina da fare ce l'aveva, tanto per avere uno stipendiucolo e per pagare il suo operaio. Mi disse che si barcamenava con fatica con la manutenzione del già fatto, ma che anche questo settore si rarefaceva sempre di più.

"Credo davvero che chiuderò!" Mi disse un giorno, con le lacrime agli occhi.

"No. Non metterti addosso questa sconfitta. Non adesso. Lo farai al termine dell'eventuale terzo mese consecutivo totalmente senza lavoro. Fino a quel momento, aspetta. Ti dirò di più: fatti vedere a giro col furgone della ditta. Al mattino fai notare ai vicini che esci di casa all'ora di sempre. Mostrati allegro e sereno. Per sfogarti, ci sono io.

Reggi, Marco. Mi raccomando, reggi ancora!".

E cercavo di aiutarlo non solo sul piano del supporto professionale.

Trascorsero due mesi, mi pare.

Poi un giorno mi telefonò chiedendomi di anticipare l'appuntamento già fissato.

Aveva una voce diversa, che in quel modo non sentivo da molto tempo.

Ci vedemmo due giorni dopo  e lui mi disse che......

Un amico geometra lo aveva cercato per chiedergli se poteva accompagnarlo in città per parlare con un ricco possidente di aziende agricole che, dopo aver licenziato la ditta che gli curava gli innumerevoli casali, poderi e ville a causa di furti ripetuti sui materiali, stava cercando qualcuno per sostituirla.

Conta la fortuna? Capperi, se conta. La fortuna è la madre dall'imponderabilità e l'ostetrica delle ripartenze, ma tutto si muove se tu sei in un certo modo e Marco si presentava ed era in un certo modo, cioè una brava persona.

Il ricco possidente si accordò per un periodo di prova di sei mesi, prima di consolidare il rapporto di collaborazione.

Oggi Marco e la propria ditta lavorano quasi esclusivamente per questo signore e se non faranno cappellate, hanno il lavoro assicurato per i prossimi venti anni.

"Ti ringrazio per avermi convinto a non chiudere la ditta!" Mi disse sorridendo regalandomi una bottiglia di Brunello.

La gradii particolarmente.

 

SECONDO ESEMPIO: un altro caso al maschile.

Gianni - chiamiamolo così - studiava fisica (non è vero, ma devo cambiare un poco le carte, comunque sempre di alta scienza si tratta) all'università e si pagava valorosamente gli studi lavorando come cameriere in un ristorante piuttosto "in" della città.

Una vita non bella, nella quale per uno stipendio non eccelso, ma assolutamente vitale per lui che da sempre non voleva gravare sulle spalle della modesta famiglia d'origine, doveva sopportare orari infami che lo mandavano a letto la notte verso l'una con l'obbligo il mattino di alzarsi per recarsi alle lezioni e il pomeriggio a studiare.

I suoi risultati accademici? La media del trenta pieno in quella facoltà così difficile.

Ma una vità così, ovviamente, si rifletteva pure sulla sua vita di relazione e affettiva e in effetti fu questo il motivo che lo condusse da me: la sua ragazza, stufa di non vedersi o di farlo in orari improbabili, lo aveva lasciato dopo un lungo periodo di tira e molla, devastandolo psicologicamente e emotivamente.

Si presentò in modo molto chiaro.

"Nel mondo esistono le persone con un destino molto chiaro.... I vincenti e i perdenti. Io sono convinto di appartenere a questa categoria e dico così non solo perché mi ha lasciato la ragazza. E' parecchio che ho incominciato a pensarla così....".

"Non pensi di essere un pochino troppo pessimista?".

"No. Le convinzioni vengono dalle esperienze. In facoltà vedo compagni che vengono con l'auto da cinquantamila euro e sono fuoricorso da anni.... Io invece mi faccio il culo tutte le sere.... Si figuri che sto pensando di lasciar perdere tutto e di tornare a casa chiedendo a mio padre se mi trova da lavorare nella ditta dove sta come operaio.... A che serve diventare un coltissimo disoccupato? A che serve coltivare la speranza di fare ricerca in università sapendo che non ce la farò mai perché non ho le conoscenze giuste?".

"E quei 25 esami con la media del 30?".

"Una prova che non sono un imbecille.... Ma quelli che stanno peggio sono proprio gli intelligenti sfortunati!".

(avevo voglia di dirgli "Hai ragione!", ma stetti zitto....)

"No. Quelli che stanno peggio sono coloro che hanno dei rimpianti. Tu non devi averne.... Comunque mi hai cercato e se vuoi, oltre a tentare di comprendere i perché ed i percome profondi dell'interruzione del tuo rapporto con la ragazza, allargheremo il discorso a tutto il resto. Va bene?".

Per fortuna rispose affermativamente e iniziammo il nostro lavoro. Un ennesimo intervento di supporto e di sostegno sull'ennesima bella persona di una bella e infinita serie.....

Intanto stava avvicinandosi l'imponderabile positivo e vi prego di credere che ciò che scriverò è l'assoluta verità. Truccata e mimetizzata, ma è la verità.

Una sera Gianni era impegnato nel ristorante.

In questo locale - lo so perché ci sono stato - oltre alla sala grande ci sono pure alcune sale più piccole e in una di queste si trovava un gruppetto di signori impegnati a consumar la cene ed a chiaccherare.

Attaccata a una parete c'era la lavagnetta con su scritto il menù del giorno e mentre il ragazzo stava portando il dessert ed i caffè, uno di questi signori si alzò dal proprio posto, si avvicinò alla lavagna e proseguendo a parlare illustrando non chiedetemi quale astrusa teoria, prese a scriver formule.....

Gianni si bloccò, osservando l'uomo e chiedendosi chi fossero quei tizi, poi la sua attenzione venne atratta da quello che scriveva il signore e lui, sì, vide che ciò che illustrava era giusto, ma ci si poteva giungere anche seguendo un'altra strada.

Posò le tazze su un tavolo e come mosso da una molla, si avvicinò alla lavagna, chiese "Posso?" e prese a scrivere la sua formula.

"Ehi!! Che stai facendo??" Gli gridò il proprietario del locale.

"No. Per favore, lo lasci stare!" Disse il signore che aveva iniziato a scrivere per primo. Intanto si era seduto e seguiva con attenzione ciò che esponeva Gianni.

In breve lo studente terminò e solo allora parve rendersi conto dell'azione compiuta.

Arrossì e chiese scusa, riprendendo le tazze per portarle di là.

"Un momento! Aspetti un attimo!!" Esclamò l'uomo.......

 

Amici miei, quel signore era un docente universitario di una facoltà eguale a quella frequentata da Gianni, ma in un'altra città. Una facoltà in un'università prestigiosa.

Il professore chiese allo studente se un giorno poteva andare a trovarlo in studio per fare una chiaccherata. Era rimasto colpito dalla bravura e dall'intuito del giovane.

Beh, adesso Gianni non è più uno studente. Adesso è un professore in quella università, gira spesso per il mondo, è in predicato di recarsi negli USA per qualche anno, spesso torna in qua per salutare il vecchio strizzacervelli.

Ha vinto nella propria ripartenza.

 

 

 

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(IL PEZZO DI OTTOBRE)

 

(Una vittoria insperata)

 

COLUI CHE NON POTEVA ESSERE COME GLI ALTRI....

 

Chi "altri"? Chiederete voi? In questo caso per "altri" s'intendono il padre ed il fratello maggiore.

Ma andiamo con ordine.

Torniamo a una quindicina di anni fa, quando mi giunse in studio un giovane uomo di venticinque anni, che mi chiese un aiuto, un supporto e talune indicazioni al fine di meglio sopportare una situazione che per lui era veramente non gestibile, che lo amareggiava, che lo rendeva irascibile ed aggressivo verbalmente e non solo....

Giovanni - chiamiamolo così - era il secondo figlio di un grosso industriale della zona.

Il padre aveva creato dal nulla un vero e proprio piccolo impero che funzionava alla perfezione e che egli gestiva in modo autoritario, centralizzato, totalizzante, da vero e proprio dittatore. In questo era aiutato dal figlio maggiore, che si era adeguato al carattere paterno e che quindi, di fatto, era un suo semplice esecutore d'ordini.

Giovanni, invece, era totalmente tenuto fuori non solo dalla "stanza dei bottoni" in cui si prendevano le decisioni, ma anche da ogni pur minimo atto e gesto che non fosse il lavorare seguendo alla lettera gli ordini del padre, detti direttamente o tramite il fratello.

Spesso Giovanni anziché starsene negli uffici, se ne scendeva in officina per stare a fianco degli operai, che invece dimostravano di apprezzarlo e di volergli bene. Con loro il ragazzo, infatti, si sentiva a proprio agio e riusciva a vivere qualche ora di tranquillità. Una tranquillità del tutto saltuaria, comunque, che non riusciva a eliminare l'amarezza di fondo che lo dominava.

"C'è una cosa, fra tante, che mi dà un grande fastidio..." Mi disse la prima volta che lo avevo di fronte "....è quando mio padre e mio fratello se ne vanno a pranzo con un cliente e non solo non m'invitano, ma non mi dicono nulla! Oppure quando c'è la riunione del consiglio di amministrazione ed io lo so dalla segretaria di mio padre...".

"Tu hai mai chiesto spiegazioni a tuo padre?".

"Sì, certo.... E lui mi dice di non preoccuparmi, che sono ancora giovane, che devo pensare a divertirmi... che tanto il mio stipendio me lo passa tutti i mesi e che se ho bisogno di altri soldi non devo fare altro che chiederli....".

Sì. C'era la oggettiva necessità di aiutarlo, anche perché avevo subito percepito e individuato in lui un carattere davvero "effervescente", che se non fosse stato indirizzato e aiutato, poteva condurlo a compiere dei guai.

 

Gli chiesi l'autorizzazione di parlare con sua madre, dato che il babbo si era dichiarato non disponibile ad attuare un percorso di terapia o comunque di mediazione familiare perché "gli psicologi non servono a nulla...." e neppure aveva accettato il mio invito ad incontarci una sola volta. Mi sarebbe infatti piaciuto ascoltare il suono dell'altra campana, per così dire.

Niente.

Solo la mamma si dichiarò disponibile a incontrarmi.

E quando ciò avvenne, mi riferì ciò che mi attendevo: il marito, lavoratore instancabile e bravissimo nella propria imprenditorialità, era davvero un padre padrone, un marito padrone, un...padrone padrone.

Egli aveva delegato l'educazione dei figli alla consorte, pur dimostrando una preferenza per il maggiore, molto più tranquillo e manipolabile rispetto a Giovanni, che fin da piccolo si era dimostrato il birbante della famiglia. Quello che una ne pensa e cento ne fa. Dotato di una sensibilità, di una intelligenza, di uno spirito creativo a tutto tondo.

"Ho paura..." Mi confidò la signora "....ho paura che possa accadere addirittura qualcosa di brutto.... Già una volta Giovanni e mio marito sono quasi arrivati alle mani, perché il ragazzo fa delle proposte lavorative al padre e lui non lo considera minimamente. No, mio marito è abituato agli "yes-man" e sa che giovanni non lo è. Sa che se gli dovesse dar campo, forse il figlio supererebbe il padre e lui non potrebbe mai accettarlo....".

Situazione chiarissima.

 

Iniziai il mio lavoro con Giovanni, che mostrò sin da subito una evidente sindrome ansiosa, una depressione secondaria che sovente s'incanalava in violenti scoppi d'ira, una componente disistimica quasi patologica.

Il non sentirsi considerato dal padre, aveva causato la disistima e questa lo condizionava pure nei rapporti sociali, nella convivenza con gli amici, nell'avvicinarsi al mondo femminile.

Quando gli spiegai che tipo fosse, lo pregai di credere, all'inizio del discorso, che ciò che gli avrei detto non erano pietose bugie per farlo essere più tranquillo e più in pace con se stesso, bensì la verità.

Gli comunicai ch'egli era un soggetto non privo di qualità, bensì pieno di esse. Gli dissi che per questo inconsciamente il padre lo temeva perché temeva che potesse scalzarlo. Il che non significava che non lo amasse. Solo il suo essere padrone-padrone, il suo essere re assoluto in ditta, non poteva fargli accettare un principe troppo presente, intelligente, pieno d'iniziative.  Lui accettava il figlio maggiore solo perché appunto un esecutore d'ordine e anche in questo caso indipendentemente dall'amore che poteva provare verso di lui.

Mi rammento ancora le innumerevoli occasioni in cui, nel mio studio, Giovanni non stava seduto, bensì camminava in su e giù per la stanza sfogandosi e parlando ad alta voce mi raccontava i torti ricevuti.

In almeno due o tre periodi ho temuto che potesse farsi o fare ad altri qualcosa di brutto.

Ma intanto lavoravo con e su questo ragazzo bravissimo e disperatissimo, tanto da raggiungere ai suoi occhi una posizione di assoluto rilievo. Non furono pochi gli episodi in cui mi telefonava anche negli orari più improbabili per sfogarsi o per chiedere un parere.

Notai che con il passar del tempo il giovane riusciva sempre meglio a sedarsi, ma restando in piedi i motivi della sua sofferenza, il nostro lavorare assieme non poteva condurci a risultati definitivi.

Però ero fiducioso che i semi che si piantavano lì da me sarebbero stati utili a Giovanni. Che forse sarebbero riusciti a germogliare, accentuando le sue già notevoli positività.

Un anno, ci lasciammo alla fine di Luglio, con l'accordo che ci saremmo risentiti dopo le ferie, ma a Settembre lo attesi invano.

Mi divorai di curiosità, ma non potevo e non volevo essere io il primo a muoversi.

Seppi solo che la ditta non stava passando un buon periodo, poi più nulla.

 

Trascorsero gli anni, i lustri, giungendo ai tempi nostri.

Nell'anno in cui ci eravamo persi di vista, emersero i miei problemi di salute che mi portarono ad essere impegnato altrove, per così dire.... Poi, passata la mia tempesta, fui riassorbito dal lavoro e il ricordo di Giovanni, anche se non scomparve del tutto, s'indebolì entrando nel folto numero degli ex clienti.

Poi, in un giorno di Giugno, ecco una telefonata. Era lui, che mi chiedeva un appuntamento.

Ma rammento che spostai un'altra persona per inserirlo in agenda il più presto possibile, divorato com'ero dalla curiosità.

Due giorni dopo, eccotelo di fronte a me.

Lo vidi subito più adulto e ciò non perché ovviamente erano trascorsi tanti anni, ma perchè mi parve cresciuto interiormente.

E lui mi raccontò la sua storia degli ultimi quindici anni.

Sì, la ditta era entrata in crisi, coinvolta in quella più generale che ha devastato la nostra economia dal Duemila in poi. Un pezzo per volta, l'impero del padre era stato smantellato e questo aveva devastato il vecchio padrone, conducendolo alla morte, mentre il fratello si era trasferito a lavorare come dipendente in un'azienda vicina.

"Ricordo il giorno in cui fu venduto l'appartamento in cui avevo vissuto da bambino..." Mi mormorò Giovanni, con le lacrime agli occhi "....e pensai che dovevo fare come mio fratello, cercando un lavoro altrove. Poi..... Poi mi venisti in mente tu, Giancarlo. O meglio, mi tornarono in mente le tue perole che io, davvero, avevo sempre prese come troppo benevole.

"E se Giancarlo avesse ragione? Perché non provare?".

I semini avevano germogliato? Forse sì.

Il marchio e il nome dell'azienda erano rimasti in possesso della famiglia e un pochino la ditta, salassata e devastata, lavoricchiava ancora.

Beh, Giovanni, fece una promessa a se stesso: ricostruire tutto da capo, riacquistare tutti gli immobili e i macchinari venduti, rimettere su in piedi il regno del vecchio dittatore.....

Roba da far tremare i polsi e le gambe.

E invece ce l'ha fatta. Mi telefonò il giorno stesso in cui aveva riacquistato la vecchia casa familiare, in cui aveva potuto dire sono giunto in cima alla vetta.

Dopo avermi raccontato il suo trionfo, mi disse "Adesso voglio tornare da te perché devi aiutarmi a indirizzare per bene la mia vita..... Ora desidero riprendere fiato e costruirmi un futuro fuori dal lavoro....".

Ma questa è un'altra storia.

 

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(IL PEZZO DI SETTEMBRE)

 

(Quando sono i genitori a farti male)

 

UN FIGLIO SI PUO' UCCIDERE IN MOLTI MODI.......

 

Giunsero da me in un pomeriggio di fine estate e l'abbronzatura che mettevano in mostra risaltava ancor più il lato estetico di quella coppia, assolutamente attraente.

Quarantacinque anni lui, un paio d'anni di meno lei. erano entrambi personaggi in carriera: uno avvocato, l'altra dirigente scolastica in uno degli istituti più prestigiosi di una città vicina.

Ed inoltre impegnati nel volontariato, in politica, in eventi culturali, nello sport, nei viaggi. Oltretutto non avendo problemi economici potevano togliersi qualsiasi sfizio di qualsiasi entità.

Beh, e perchè, dunque, si rivolgevano a questo signore?

Per colpa di Tessa - chiamiamola così -, la loro figlia quattordicenne.

Me la descrissero minuziosamente: bellissima, intelligentissima, brava a scuola, campionessa d'equitazione sin da quando aveva cinque anni, impegnata nel gruppo giovanile di  una struttura ricreativo-volontaristica di alto livello.

Ma.....

Ma dal comportamento terribile, con loro due genitori, e con i nonni, e con i fratelli. Un po' più calma con il personale di servizio. Il livello più alto di conflittualità lo raggiungeva con i genitori in quel poco tempo che stavo insieme, visto che papà e mamma erano prevalentemente fuori di casa, impegnati nelle rispettive professioni.

In cosa consisteva il comportamento terribile? Oh, molto semplice. 

Non era gestibile.... Tout court.

I compiti? Certo che li eseguiva, ma dopo andava fuori con amici non propriamente affidabili.

C'era una riunione del circolo di lusso? Certo che ci andava, con l'abito lungo, ma la sera dopo si recava a far l'alba in un centro sociale.

Era impegnata con la famiglia in una cena insieme a ospiti? Era la quinta essenza della perfezione e dell'educazione, salvo strattonare, offendere sanguinosamente, tirarle i soprammobili la madre prima e dopo l'occasione.

Inoltre un mattino la signora aveva trovato in un cassetto della camera di Tessa, stranamente lasciato aperto quando invece di solito era chiusissimo, una scatola di profilattici, un vibratore e un sacchettino d'erba secca d'origine inequivocabile.

Da qui, la decisione di cercare consulenza e aiuto.

 

Ovviamente convenni con i due che c'era davvero di osservare, valutare e monitorare la ragazza, ma esisteva un problema, talvolta insormontabile: farla venire da me.....

"Se glielo proporrete voi, automaticamente, quasi come un riflesso condizionato, lei dirà di no....".

"Allora?".

"Allora vi consiglio questa tattica, attuabile perché Tessa e minorenne e qualche trucchetto d'approccio lo possiamo mettere in atto.....".

"Ci dica...".

"Beh, dovreste comunicare a tutti e tre i vostri figli, una sera che siete a cena, che avete deciso di seguire un percorso di consulenza genitoriale visti i contrasti esistenti in famiglia e che quindi state venendo una volta alla settimana da me, anche se non verrete.

Non dite altro, Non dite a Tessa che deve venire da me. Quella sera chiudete subito l'argomento....".

"E....???".

"Successivamente, parlandone tra di voi, ma stando attenti che loro, che lei, vi sentano, parlate dei nostri incontri, di quello che avete detto, eccetera.......

Poi, un giorno, a tutti e tre (Tessa era la maggiore, seguita da due fratelli maschi, uno di tredici e uno di undici anni), comunicherete che io desidero sentire anche le altre campane e che quindi almeno una volta avrò la necessità di parlare anche con la signorina e i giovanotti!".

"Dio mio, ma così passerà troppo tempo!" Esclamò la mamma.

"Non c'è altro modo. Ricordate che se le chiederete ora, subito, di venire qui da me, lei vi risponderà di no al 100% perché è in un'accentuatissima fase conflittuale verso di voi....".

"Si sente già di sbilanciarsi così??" Chiese l'avvocato.

"Direi che è facile, no? Se è sempre dal comportamento perfetto salvo quando è con voi o quando sa che farà qualcosa che dispiace a voi, tutto è di una chiarezza cristallina!".

"Sì, proviamo così......". Decisero i due.

 

Trascorsero un paio di mesi. Il "copione" si svolse secondo i piani fino al fatidico giorno in cui il babbo comunicò alla prole che io avevo chiesto d'incontrare anche i ragazzi per ascoltare le altre campane.

Saremmo andati in ordine d'età: dalla più grande alla più piccola. I due maschi accettarono, mettendo di fatto Tessa con le spalle al muro. Non poteva dire di no. Voleva dire di no, ma non poteva farlo.

Una settimana dopo, eccola in studio da me, incavolata come una biscia.... Ma con un atteggiamento formalmente inappuntabile.

Inoltre.... bella è dir poco. Dimostrava più della sua età, una cascata di capelli biondi le incorniciava il volto sul quale risaltavano due occhi verdi.

Già, gli occhi di Tessa.......

Belli? Bellissimi! Ma con un fondo di tristezza di una evidenza assoluta. Non rabbia, non provocazione, almeno in quel momento, solo una tristezza eclatante.

Glielo dissi, quando giungemmo in fondo al nostri incontro.

Come era andato? Bene, direi. Lei aveva sparato a zero sul perbenismo dei genitori, aveva criticato le loro assenze per lavoro....... Cose che sento normalmente dirmi dai bambini e dagli adolescenti d'oggi.

Ma c'era dell'altro. Me lo dicevano quegli occhi.

"Che cosa c'è che ti rende triste?" Le chiesi, a cinque minuti dal termine della seduta.

"Fa parte dell'incontro di stasera, questa domanda?".

"No. Come potevo saperlo che avevi gli occhi tristi?".

"E chi lo dice che ho gli occhi tristi?".

"lo dicono i tuoi occhi!!".

Si mise a ridere e poi, di colpo, a piangere..... A piangere come una bimba.

Le passai una salvietta e le dissi: "Posso chiederti di tornare da me un'altra volta?".

"Ehi, doc, sono convinta che con quelli là, mi avete preparato un bel trappolone. Però se io torno da te, tu stai con me o con loro?".

"Con te. Giuro....".

"Dai, prendi l'agenda!".

 

La vita di Tessa e le aspettative di Tessa.....

 

 * Mi piacerebbe frequentare il liceo delle scienze sociali, ma frequento il liceo classico;

* Mi piacerebbe giocare nel volley, ma vado a equitazione;

* Non mi piacciono le riunioni in cui stiamo tutti in ghingheri, ma devo andarci;

* Mi piacerebbe essere una ragazza che si veste come vuole, ma invece devo dare ascolto a mamma;

* Da grande vorrei fare la psicologa (ebbene sì), ma frequenterò Legge e non Psicologia......

Questi i dati principali, ma ce ne sarebbero altri da segnalare.

E perché questa ragazzina, portatrice sia d una sindrome ansiosa acuta che di una depressione rfeattiva, si era trovata in quelle situazioni?

Perché papà e mamma avevano deciso per il classico, per l'equitazione, per la facoltà di Legge.......

Loro e solo loro due avevano indirizzato la vita della figlia organizzandole ogni prospettiva futura ed ecco i motivi dei comportamenti provocatori e per certi aspetti autolesionistici di Tessa.

 

"Starai con me o con loro?".

"Con te. Giuro!".

 

Devo dire che credevo peggio, anche se onestamente devo ammettere che mi aiutò un neuropsichiatra che oltre ad essere mio amico era, inizialmente a mia insaputa, anche amico dei due genitori.

Illustrai totalmente lo stato emotivo della figlia, convinto che non mi avrebbero compreso e che assai probabilmente li avrei persi e con loro si sarebbe persa la vita stessa di Tessa, ma forse fui particolarmente convincente o funzionò l'intervento concentrico dell'altro dottore e mio.

Fatto sta che sia il babbo che la mamma accettarono i miei pareri e le mi indicazioni. Non con entusiasmo, ma le accettarono.

Per Tessa si manifestò una rivoluzione copernicana perché transitò dalle varie prigioni in cui stazionava, agli ambienti scolastici, sportivi, ricreativi che più le piacevano. Indebolì pure i suoi atteggiamenti e i suoi comportamenti provocatori.

Che cosa fa oggi Tessa? E cosa deve fare? E' psicologa in una struttura per ragazze abusate.

Ah, allena anche una squadra di volley!!

 

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(IL PEZZO DI AGOSTO)

 

(Lottare per trovare la forza di lottare.....)

 

IN MEMORIA DI MARIO

 

E' la prima volta che mi capita di usare il nome vero di una persona che ha lavorato con me. 

Lo uso in chiaro perché questa persona non c'è più, come non c'è più nessuno della sua famiglia. Sono passati come il vento nell'esistenza del mondo e adesso restano solo nel ricordo di chi, come me, li conobbe.

Nella storia di ogni lavoro sono presenti della fasi ben chiare, definite a causa di eventi, o fatti, o situazioni che hanno qualificato un certo periodo.

Nella mia vita professionale, ad esempio, esiste una fase che neanche a farlo apposta si manifestò nel mio primo decennio di lavoro (1980/1990) e che praticamente, con la sua eccezionale durezze, contribuì a farmi crescere in ogni senso.

Mi riferisco a quando, in quei due lustri, più o meno, ho dovuto seguire professionalmente una intera generazione di ragazzi e di ragazze che aveva incontrato il virus HIV che poi si era trasformato in virus conclamato, in AIDS, conducendoli tutti  alla morte. A quell'epoca infatti non esistevano quei determinanti supporti farmacologici che oggi di fatto hanno cronicizzato quella sindrome terribile, ma non più definita.

In quel decennio tra Firenze e Poggibonsi io seguii almeno una ventina di persone nel loro percorso. Tutti, tranne uno che era omosessuale, avevano incontrato HIV a causa della loro tossicodipendenza, con lo scambio delle siringhe infette.

 

Ma andiamo con ordine.

 

Non è un caso che io abbia inserito questo ricordi di vita e di morte in questi giorni di Ferragosto, perché la prima volta che Mario si mise in contatto con me fu proprio più o meno in questo periodo di trentadue anni fa.

Come adesso, ero in ferie e quando lui mi rintracciò gli assegnai un appuntamento per la fine del mese in corso.

Quando giunse da me, mi colpì con il suo aspetto emenciato e con il suo sguardo, dotato di una profondità e di una dolcezza infinite.

Pareva che avesse una gran voglia di parlare, di sfogarsi, di abbreviare i tempi della conoscenza per passare in fretta da questa all'operatività vera e propria.

Mi comunicò che era un ex tossicodipendente (ex?) che era riuscito a decidere di darsi da fare per uscire dal tunnel e per reiniziare a vivere.

Gli chiesi come avesse fatto, se fosse stato in una comunità terapeutica o se fosse stato seguito dal SERT e lui mi disse che aveva fatto tutto da solo, con l'esclusivo aiuto di sua madre, stando chiuso in casa, smaltendo la dipendenza fisica e lottando contro quella psicologica. Inoltre, mi raccontò, grazie all'aiuto di quella donna eccezionale, era riuscito a mantenere in piedi l'attività commerciale che aveva messo su e che, occupandolo intensamente, praticamente attuava da sola una determinante funzione terapeutica.

aveva un negozio di biciclette da turismo e da competizione, Mario, ed era apprezzato da tutti coloro che lo conoscevano.

Ma in ogni caso, riuscire da solo ad uscire fuori dalla tossicodipendenza???

Avevo non una, ma mille perplessità.

Ebbene, Mario, con l'aiuto della madre, di un paio di bravi amici, del medico di famiglia e da un certo punto con il supporto anche del sottoscritto, ce la fece, entrando in quel ristretto gruppo di persone che ho conosciuto - non arrivano neanche a dieci - e che ce l'hanno fatta da soli o quasi ad uscire dall'abbraccio della scimmia.

Mi aveva cercato, mi disse, solo perché voleva un ulteriore aiuto, un punto di riferimento.

 

Iniziammo il nostro lavoro di supporto e di sostegno, agendo tutti insieme in primis col suo medico, e fu questi a far emergere una questione alle quale anche io stavo pensando sin da subito: la necessità di accertare lo stato di salute del ragazzo.

Mi rammento che fui io a dirglielo e la sua risposta fu simile a quella di tanti altri: "Vuoi che non lo sappia, che saremmo giunti a questo momento? Ma visto che siamo in ballo, balliamo!".

Grande Mario. Coraggioso quanto terrorizzato mentre attendeva l'esito e non mi vergogno di dire che lo ero anche io, perché troppo spesso avevo visto ripiombare nella droga persone dopo aver avuto notizie cattive inerentemente al proprio stato di salute.

Mario era forte, ma quanto forte?

Fu il medico che una sera di metà Ottobre mi telefonò per annunciarmi la sieropositività HIV di Mario.

"Glielo dici tu?" Mi chiese il dottore.

E chi, se no???

 

Fui molto chiaro, dopo avergli tirato quel maledetto pugno nello stomaco, e questa mia chiarezza si concretizzò in un'affermazione fondamentale: doveva "reggere" e combattere non pensando all'attuale, ma pensando a guadagnare più tempo possibile in attesa che dalla medicina giungessero buone notizie.

Non era un arrampicarsi sugli specchi, bensì era un discorso del tutto vero, come ci hanno confermato le scoperte terapeutiche successive.

Ma in ogni caso la botta era stata davvero forte, per Mario, anche perché avrebbe dovuto imparare a convivere con il mostro e inoltre a parlarne con chi di più gli stava vicino, ad iniziare dalla ragazza, con la quale aveva iniziato a stare da poco.

Ancora una volta fu chiesto al sottoscritto di dare l'annuncio alla sua compagna, con il caldo invito a farsi le analisi anch'essa.

Risultò sieronegativa, ma scomparve.

Non disse una parola contro di lei, Mario.

Ma fu una ennesima legnata per il giovane, che paradossalmente rinsaldò i rapporti con me. Ci vedevamo una volta alla settimana di norma, ma ogni altra volta che lui lo desiderava e non contavo le sue telefonate, frequentissime.

Ci conoscemmo sempre di più: lui trovò in me quella figura di fratello maggiore (allora) che gli era sempre mancata; io mi resi conto della eccezionale profondità d'animo di questa persona così brava e buona.

Non ripiombò nella droga, il nostro Mario, bensì potenziò il proprio lavoro e ricercò sempre di più centri d'interesse in grado di distrarlo, anche se era costantemente accompagnato dalla spada di Damocle da un esame a quello successivo.

Iniziò a sottoporsi alle prime cure, devastanti come effetti collaterali e poi nonostante queste un giorno ricevemmo la terribile notizia, l'HIV era diventato AIDS conclamato. La lotta sarebbe stata ancor più impegnativa e ancor più dall'esito pressoché certo, almeno a quell'epoca.

 

Iniziarono i primi ricoveri, i primi forti problemi fisici, le prime malattie tipiche del suo stato, le broncopolmoniti ricorrenti, un sarcoma infernale, l'eccentuato dimagrimento.....

E lui reggeva, reggeva il più possibile, poi mi resi conto che aveva iniziato a mutare atteggiamento. Non parlava più di prospettive, ma del suo fine vita. Valorosissimo essere.

Giungemmo al punto in cui lui non ce la fece più a venire da me, in studio, ma ero io a raggiungerlo in ospedale o a casa sua. Mentre il nostro rapporto diveniva sempre più forte. Fu allora che si rafforzò il mio essere psicologo rogersiano.......

Non possiamo mantenere mura e steccati con chi soffre!

 

Era una fredda serata di fine Novembre di due anni dopo quella che ci vide nella sua camera, lui a letto, io seduto al suo fianco. Aveva l'ossigeno, ma trovava il fiato per sgridarmi perchè non avevo la mascherina sul volto e i guanti.

Poi, guardandomi mi disse "In questa vita di m..... che ho vissuto, mi è capitato anche qualcosa di bello. Ad esempio conoscere te.....".

Due ore dopo era morto.

 

Entrai in casa e scaraventai la borsa per terra, nell'ingresso.

"Beh? Cosa fai?" mi chiese mia moglie.

"E' morto Mario...." Le risposi.

Lo conosceva anche lei, perché non poche volte ci aveva parlato, così come aveva parlato frequentemente con la sua mamma.

Pianse pure lei.

 

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(IL PEZZO DI LUGLIO)

 

(Ricevere con gli interessi i frutti derivanti dalla tua assenza genitoriale)

 

LA BANDA DEI BULLI.......

 

Oggi avevo deciso d'inserire un altro pezzo in questa nostra rubrichetta di ricordi e di testimonianze, poi ho letto una notizia sulla cronaca locale di un quotidiano, ho preso qualche informazione, e ho deciso di cambiare argomento.

 

Or dunque, andiamo come momento iniziale a scartabellare in uno dei miei parecchi cassetti dei ricordi e raggiungiamo l'anno Duemila, quando iniziai la mia collaborazione con un Istituto scolastico comprensivo come psicologo.

Dato che ero - e sono - pure psicologo degli asili nido della zona, praticamente iniziai un percorso che mi ha condotto a seguire dei ragazzini e delle ragazzine dai 6 mesi ai tredici anni d'età, lungo tutto il loro cammino scolastico e di crescita globale.

Lo psicologo scolastico, infatti, opera fondamentalmente su due versanti: l'osservazione degli aspetti cognitivi e degli apprendimenti degli alunni e il loro comportamento.

E questi erano i compiti fondamentali che avevo, tenendomi costantemente in contatto con i docenti, il dirigente scolastico, i genitori che mi cercavano, gli assessori alla istruzione dei comuni di riferimento e, perché no?, anche dei carabinieri operanti sul territorio.

 

Fu così che un giorno mentre me ne stavo nella mia stanza, nella scuola principale dell'Istituto, ad attendere i primi genitori, mi vidi arrivare la bidella un poco agitata che mi comunicò che là fuori, nell'atrio della scuola, c'erano due carabinieri che chiedevano di me.

Ovviamente le dissi di farli passare e di scusarsi con i genitori che sarebbero giunti di lì a poco per la consulenza per il tempo che li avrei fatti attendere.

I due militari mi comunicarono e mi descrissero in breve una situazione del tipo di quelle che già conoscevo e che avrei sempre di più imparato a conoscere col passare degli anni: nel nostro territorio circolava una "banda" (o sarebbe meglio scriverlo senza virgolette??) di ragazzi dal comportamento veramente teppistico o addirittura delinquenziale. Una banda composta da una decina di elementi con uno zoccolo duro di quindici-sedicenni, ma anche con ragazzini di dodici-tredici anni.

In poche parole, tutti ragazzi che o perché fortemente ripetenti o perché in regola col percorso scolastico, frequentavano le due scuole secondarie inferiori che a me facevano riferimento.

Mi dissero, i due, che già il gruppetto era sotto controllo, che pensavano - ma ancora senza prove - che avessero attuato comportamenti teppistici, che si comportavano da bulli con i compagni, che di fatto rendevano la vita impossibile ai colleghi sul pulman scolastico e che il loro atteggiamento proseguiva anche fuori dalla scuola.

I giardini pubblici lì vicini, ad esempio, erano territorio "loro", che poteva essere frequentato solo da chi li ossequiasse e portasse loro qualche "presente". Perfino gli adulti, mamme coi bimbi piccoli in primis, avevano iniziato ad evitare di frequentare quel luogo, impauriti.

Un'emergenza, quindi. Che come tale andava affrontata.

 

La riunione successiva fu tra il dirigente scolastico, la vicepreside, l'assessora, il maresciallo, una psichiatra dell'ASL e un'assistente sociale del comune, la presidente del consiglio d'Istituto e il sottoscritto.

Dato che era già in ponte, fu facile decidere di attuare nelle seconde e terze un intervento di "Educazione al viver civile", ma soprattutto - su indicazione dell'assistente sociale e mia - fu deciso di contattare quei genitori.

Già, ma di che tipo erano?

Di tutti i tipi.....

E' vero, prevalentemente - sei su dieci - erano ragazzi provenienti da nuclei familiari italiani e stranieri assai deprivati culturalmente, economicamente e educativamente, ma c'erano pure il figlio di un industrialotto del luogo, un altro - adottato - che veniva dalla famiglia di un medico, e due figli di impiegati di banca.

Decidemmo che la convocazione sarebbe partita dal dirigente scolastico, aspettando di coinvolgere in chiaro gli assistenti sociali e i tutori dell'ordine.

E in effetti la lettera raccomandata partì il giorno dopo. L'appuntamento proposto alle famiglie era a tra quindici giorni, in presidenza, con il dirigente, la vicepreside, le vicarie dei due plessi e il sottoscritto.

Ogni famiglia sarebbe stata ricevuta singolarmente, con orari sfalsati fortemente per impedire che s'incontrassero tra di loro.

Praticamente avremmo iniziato alle 14,30 per terminare alle 20.

Se fossero venuti tutti......

Cosa che non avvenne.

Quattro famiglie, tre straniere e una italiana, di quelle più modeste, brillarono per la loro assenza. In compenso furono molto presenti l'industriale, il medico e i due bancari. E lo furono in modo assai diverso.

Due di essi - l'industriale e il medico - ci invitarono arrogantemente e decisamente a non criminalizzare e men che meno a non medicalizzare dei ragazzi forse un po' vivaci ed effervescenti, ma assolutamente bravi e buoni.

Entrambi - forse si erano messi d'accordo prima - terminarono il loro parlare, dopo aver ripetuto più volte "Se la scuola non sa fare il proprio lavoro, è un problema della scuola e non nostro!" e dopo avermi diffidato da attuare qualsiasi intervento diretto sui loro figli, con "La prossima volta che ci convocherete, verremo con i nostri legali!".

Fu dura, per tutti noi, non rispondere per le rime, ma non era ancora il momento dello scontro.

 

Gli altri due genitori, invece, ebbero un atteggiamento del tutto diverso. Erano presenti sia il papà che la mamma, mortificati, tristi, imbarazzati. Chiedemmo loro di parlare con i propri figli, sicuramente affascinati e manipolati dagli altri e chiedemmo pure se ci autorizzavano a parlarci anche noi - io - per cercare di aiutarli un poco.

Furono totalmente collaborativi.

 

Riassumiamo: dieci famiglie interessate, di queste, quattro erano assenti, due assolutamente conflittuali verso l'istituzione, due assolutamente positive, altre due parecchio ignave, ma con cui si poteva lavorare.

 

Si mossero i nostri interventi nelle classi con progetti ad hoc, proseguì il lavoro con i ragazzi disponibili, si accentò l'azione di controllo sul territorio da parte dei carabinieri. Intanto il dirigente scolastico inviò un'altra convocazione agli assente, rimasta ovviamente inevasa.

 

Inizio anni Duemila, amici miei.....

Sono trascorsi diciassette anni. Io non lavoro più lì, ma ho ancora frequenti contatti con la gente del luogo che - consentitemelo - mi vuole un gran bene e mi racconta tutto.

Che fine hanno fatto i formidabili dieci, che adesso hanno una trentina d'anni?

Il figlio dell'industriale è in comunità terapeutica;

Il figlio del medico è deceduto in un incidente stradale;

I  "quattro assenti" fanno di continuo avanti e indré con le patrie galere.....

I figli degli impiegati e quegli altri, sono giovani uomini normali, con la loro vita, la loro famiglia, il loro lavoro, la loro socialità.......

 

E' un caso?

 

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I M P O R T A N T E....... MODALITA' OPERATIVE

I M P O R T A N T E....... MODALITA' OPERATIVE - Dr. Giancarlo PETRI



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"Amo la psicoterapia: nulla è meglio che parlare con chi non ha nessun coinvolgimento emotivo nella tua vita...".
 (E. Mendes)




COME LAVORO CON I MIEI PAZIENTI.......

  

1) INDIVIDUI SINGOLI: il lavoro si divide in due parti ben precise: la parte iniziale, che richiede tre incontri (di solito) e che mi permette di attuare una psicodiagnosi - anche sul versante eziologico - sufficientemente attendibile attraverso l'utilizzo del colloquio e di mezzi diagnostici come i tests. Di questa ne parlo al diretto interessato, con le susseguenti spiegazioni e indicazioni. Successivamente inizia il rapporto operativo vero e proprio (terapeutico, di sostegno o di consulenza), la cui durata non è precisabile. Gli incontri possono avvenire una (di solito) o due volte alla settimana. La durata di un intervento è di 45 minuti. Solo il primissimo incontro può "sforare" tale limite. Perchè 45 minuti? Perchè di solito in un adulto le capacità attentive di buona qualità durano più o meno intorno ai 45/50 minuti.
Ho disponibilità ad essere contattato telefonicamente o via e-mail, se necessario.


2) COPPIE: se mi chiedono una terapia comune, appunto di coppia, al fine di chiarire ed eliminare o indebolire le dinamiche negative in essa presenti, agisco così: attuo una serie d'incontri che si divide in una parte iniziale ed una successiva. Nella parte iniziale ricevo la prima volta i due insieme, poi lui o lei, poi lei o lui, poi di nuovo noi tre insieme e ulteriori due incontri singoli. Anche durante questa azione posso utilizzare tests e reattivi mentali. Successivamente si sviluppano gli incontri SEMPRE a tre. IMPORTANTE: in un lavoro siffatto, il sottoscritto è il consulente di entrambi e quindi NON puo' privilegiare uno o l'altra. Gli incontri di solito avvengono una volta alla settimana; la durata, a parte il primo, è di 45 minuti.


3) MINORI: qui è necessaria un'accurata precisazione.

* Il primo incontro si svolge sempre tra noi adulti, senza il bimbo od il ragazzo.

a) Bimbi molto piccoli, fino ai tre anni: osservazioni sul campo (miei consulenti osservano per tre/quattro volte il piccolo nei propri ambienti di riferimento (casa, nido)), osservazioni in studio, schede osservative da riempire per i genitori, consigli susseguenti ai genitori ed eventualmente alle educatrici. L'intervento non presuppone l'utilizzo di mezzi diagnostici - se non poco materiale strutturato - data la giovane età del soggetto e la mancanza di capacità attentive, linguistiche e strumentali;

b) Bambini dai tre ai cinque anni: più o meno come sopra, ma con un'accentuazione degli interventi diagnostici in studio;

c) Ragazzi in età della scuola dell'obbligo: prioritario nettamente l'intervento in studio, con colloquio e la somministrazione di tests e reattivi mentali di vario tipo, schede osservative da riempire dai genitori, in situazioni eclatanti osservazioni sul campo (casa, scuola, extrascuola), se necessario segue poi l'intervento psicoterapeutico vero e proprio, frequenti contatti con la famiglia (talvolta terapia pure con essa, se non scappa.....) e i Docenti. Un incontro alla settimana. Durata di un incontro: in relazione alla durata qualitativa dell'attenzione del soggetto, ma non meno di trenta minuti.

IMPORTANTE: PER I MINORI FIGLI DI COPPIE SEPARATE O DIVORZIATE, L'INTERVENTO PUO' ESSERE ATTUATO SOLO CON L'AUTORIZZAZIONE SCRITTA DI ENTRAMBI I GENITORI.


4) INTERVENTI PERITALI (CTP = Consulente Tecnico di Parte): ahimè, accade sempre più frequentemente che nell'ambito di una separazione coniugale, si giunga al "giudiziale", cioè ad una fase di conflittualità così dura, tra i due ex coniugi, da richiedere l'interventodei tribunali - Ordinario e dei Minori - per redimere la diatriba. In questo caso il Tribunale nomina il proprio Consulente Tecnico di Ufficio (CTU) mentre i "duellanti" nominano i propri CTP (Consulenti Tecnici di Parte).

Collaboro con diversi legali matrimonialisti e sovente mi capita l'ingrato compito di fare da CTP per un signore od una signora. Di fatto divento la loro figura tutelante e consulente durante tutto il difficile iter giudiziale.

La mia presenza si esplica:

1) Nell'accompagnamento del Cliente agli incontri con il CTU;

2) Nell'accompagnamento del Cliente agli incontri con i vari legali e la controparte;

3) Nell'accompagnamento del Cliente alle sedute in Tribunale (non sempre è necessario);

4) Tengo i rapporti con il legale del Cliente e relaziono i vari momenti del percorso;

5) Stendo la relazione finale come CTP;

6) Partecipo alle conclusioni finali del percorso (contraddittorio) e accetto o meno (in questo caso esprimendo una controrelazione) la relazione finale del CTU;

7) Do supporto psicologico e indicazioni al Cliente.

 

 

QUESTO PER LE SEPARAZIONI E I DIVORZI GIUDIZIALI, MA GLI INTERVENTI PERITALI INTERESSANO ALTRO.....

La "valutazione del danno", cosa significa?

Se da un qualche oggettivo evento negativo derivante da dolo o incapacità di altri un individuo si sente danneggiato o addirittura severamente colpito in ambito psicologico ed emotivo, può chiedere - nell'intraprendere una causa penale o civile - il supporto di un proprio consulente che certifica i "danni" che la persona ha ricevuto dall'evento negativo in questione.

Oltre a relazionare la perizia, si accompagna il Cliente alle sedute, alle visite collegiali e presso tutti gli altri eventi in cui potrà avere bisogno della presenza del consulente.


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Quando lavoro con una persona e devo parlare "dell'inverno" (ognuno di noi ha "un inverno".... Non devo certamente spiegare ora che cosa significa...) non dico solo che dopo giungeranno la primavera e l'estate. Bensì cerco di dimostrare che pure l'inverno può contenere qualcosa di bello; cerco altresì di dimostrare che di solito è l'inverno che ci fa crescere, non l'estate.
D'estate tutti sono capaci di godere. E' facile...
L'inverno ci fa crescere, anche se pare stroncarci col suo freddo, in certi momenti.
E più rigido è, e più ci fa crescere...

 - Dr. Giancarlo PETRI
Forse non potremo essere tutti grandi centravanti, ma ognuno di noi può essere un ottimo comprimario nel gioco della vita che - Charlie Brown sbaglia - non si ferma mai.....

 - Dr. Giancarlo PETRI
VAN GOGH: quando la sofferenza diventa grandezza....

Solidi come la roccia,
liberi come il vento,
adattabili come l'acqua......

 - Dr. Giancarlo PETRI