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STORIE DA UNA PROFESSIONE

RICORDI DI PERSONE INDIMENTICABILI - MODALITA' OPERATIVE: COME LAVORO...

RICORDI DI PERSONE INDIMENTICABILI - MODALITA' OPERATIVE: COME LAVORO... - Dr. Giancarlo PETRI

Importante: interrompo la pubblicazione di "Storie da una professione" così come ho interrotto e eliminato "Considerazioni del mese".

Da oggi il sito rimarrà attivo solo nelle pagine statiche.

 

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ANCHE SE AVRO' AIUTATO UNA SOLA PERSONA A SPERARE, NON AVRO' VISSUTO INVANO....

(M.L. King)

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- PERSONE INDIMENTICABILI (in positivo e in negativo....).  SEMBRA LA SCENEGGIATURA DI UN FILM, INVECE E' TUTTO VERO.... -


IL PROSSIMO INTERVENTO, IL 15 OTTOBRE 2018.....

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E ancora......:

Dato che sempre nuove persone vengono a trovarmi (sono a una media di 700/900 visitatori al mese, che visitano il mio sito!), ho deciso di lasciare inseriti i pezzi dei mesi precedenti, così potranno essere letti dai nuovi.

Andranno a scomparire lentamente, via via che lo spazio si riempirà.

Confermo che sto pensando di pubblicarli in un libro.

Avrò tempo per farlo? 

Vedremo. 

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(IL PEZZO DI SETTEMBRE)

 

"NON ARRABBIARTI SE TUO FIGLIO NON E' COME RONALDO!!"

 

Papà e mamma in studio, preoccupati per il figlio dodicenne, seconda media.

Per i genitori, riportandomi anche il parere degli insegnanti del ragazzo, Giovanni - chiamiamolo così - presentava grosse lacune a scuola. Lacune non inerenti agli apprendimenti, ma al comportamento.
Oddio, non è che i risultati fossero buoni e neanche sufficienti, dato che se non segui le lezioni e a casa ami più stare di fronte alla play station che ai libri, nessuno potrà portarti a sapere la lezione, ma grazie all'ottima intelligenza in qualche modo si barcamenava.

Il problema era davvero il comportamento: insofferente, aggressivo (sul piano verbale con i professori, anche sul piano fisico con i compagni e con le compagne. Sì, se perdeva la testa poteva colpire anche una collega femmina...), incapaci di accettare il comando più semplice se lo reputava inutile o sgradito, con un atteggiamento anche con connotati bullistici verso i più bravi e più deboli della classe.

Questo comportamento, mi comunicarono i genitori dietro una mia specifica domanda, avveniva anche nell'extra-scuola: fuori con gli amici manifestava la solita aggressività, tanto da restare isolato dal gruppo grosso dei conoscenti per finire nel gruppetto ristretto dei piccoli teppisti del paese in cui viveva con la famiglia. Nello sport - calcio - mi dissero che invece agiva in modo diverso, almeno in campo: del tutto abulico e indifferente sul prato, salvo tornare ad essere aggressivo e prepotente negli spogliatoi e durante gli allenamenti. In non poche occasioni l'allenatore lo aveva messo fuori squadra dato che Giovanni aveva mandato pure lui a quel paese.

Mi rimase in mente un'affermazione della mamma: "Questo ragazzo, dottore, pare sempre arrabbiato! Sempre!!".

Nel papà invece notai un altro particolare: parlava spesso delle carenze di Giovanni nel calcio. Pareva che gli dessero più fastidio le insufficienze di rendimento nello sport che non nell'attività scolastica.

 

Chiesi di vederlo.

 

Quando giunse nel mio studio, consentitemelo, era l'incazzatura fatta persona! Arrabbiatissimo, aveva litigato per tutto il tragitto casa/studio con la madre che conduceva l'auto.

Si mise seduto di fronte a me a braccia conserte.

La mamma rimase due minuti lì, per presentarci, poi se ne andò nella sala d'attesa ed io rimasi da solo col simpatico giovanottino.

Gli feci alcune domande sulla scuola: silenzio.

Sui programmi preferiti in tv: idem.

Sui giochi della play: peggio che andar di notte.

Sul calcio e sulla sua squadra del cuore: ancora silenzio e qui mi colpì qualcosa. Quando entrai nell'argomento pallone soffiò con insofferenza, ma soprattutto mi stupì quando mi disse che lui non aveva una squadra preferita.

Ero davvero basito e passai ad altro.

Veramente c'era poco da passare ad altro, visto il muro vivente che avevo di fronte.

Provai a fargli altre domande, ma la risposta fu sempre il silenzio.

Fui costretto a fargli questo discorsetto: "Amico mio, non posso tenerti qui per forza. Adesso chiamo la mamma e ti mando via...".

Lui si alzò di scatto e fece per andare alla porta.

"....No, aspetta! Non ho finito!!".

Mi guardò con uno sguardo da incenerirmi.

"Vorrei tu comprendessi che io non ti sono avversario, ma sono un tuo alleato. Oggi noi ci siamo conosciuti" Proseguii "...male, ma ci siamo conosciuti. Tieni presente che io sono o potrei essere qui per darti una mano con delle dritte per la scuola e tutto il resto. Pensaci. Ricordalo. Se vuoi, puoi tornare....".

Se ne andò con la mamma, mortificatissima.

 

Quel giorno del nostro primo incontro era un venerdì di Marzo.

 

Trascorsero due mesi e agli inizi di Maggio mi giunse una chiamata: era la mamma di Giovanni, che senza nascondere la sua meraviglia, mi comunicò che il figlio le aveva chiesto di venire da me.

"L'attimo fuggente" va colto. Spostai un'altra persona e lo inserii in un appuntamento del giorno dopo.

Ero curiosissimo e pensai al motivo che lo aveva portato a mutare idea. Al primo posto misi la scuola: Maggio, si tirano le fila. Ultimissimo mese per rimediare le insufficienze o per sancire la bocciatura. Lui sapeva che conoscevo la coordinatrice del suo team docenti e che ero amico del suo dirigente scolastico.

 

Eccolo in studio. Un soggetto completamente diverso rispetto al moccioso strafottente e provocatorio dell'altra volta.

Era serio, preoccupato, triste, con le lacrime agli occhi.

"Allora, bello, che cosa mi dici? La scuola come va? La gita scolastica l'avete già fatta?".

"Non voglio andarci!" Disse lui.

"Alla gita?".

"No, al torneo!".

"Dai, spiegati meglio...".

"Devo andare a R...... con la mia squadra a un torneo con altre squadre di tutta Italia, per tre giorni...".

"Bello, no?".

"No. Non è bello.... A me.... a me.... a me il calcio fa schifo!!".

E si mise a piangere.

 

La storia di Giovanni? E' presto detta, muovendoci da lontano: suo padre era stato un buon giocatore di calcio, fino a quando un brutto incidente durante una partita lo aveva messo fuori gioco, troncandogli ogni pur minima prospettiva di "carriera".

Beh, aveva riversato ogni aspettativa sul figlio, unico maschio con altre due sorelle.

Sin da quando era piccolissimo lo aveva portato alla partite. A cinque anni lo aveva iscritto alla sua ex società sportiva di cui era ancora un dirigente e per Giovanni, da cinque anni a dodici, per sette anni, era iniziato un impegno che prevedeva due o tre allenamenti alla settimana e la partita al sabato o alla domenica. Nessun altro spazio libero: studio (poco) e calcio (molto).

L'allenatore - uno di quegli allenatori che pensano di essere il mister del Real Madrid e non di una squadretta di ragazzi - amico del babbo, gli stava addosso più che agli altri e pure lui s'infuriava quando notava che Giovanni praticamente se ne stava in campo a coglier margherite.

Ovviamente, dopo ogni partita in cui aveva fatto ridere, Giovanni veniva sgridato e punito dal genitore, spesso anche con qualche ceffone.

Questo ragazzino, privo di qualsiasi fonte di gratificazione, aveva quindi maturato dentro di sé un sordo livore verso tutto e tutti e un soggetto così come si comporta? 

Mettendo in atto atteggiamenti aggressivi, provocatori, contrappositivi.

Volete che io sia bravo a scuola? Io faccio l'opposto. E così come comportamento, come atteggiamento globale.

In campo, poi, voi volete che io sia un novello Ronaldo? Bene, allora farò letteralmente ridere o con i miei svarioni o fregandomene altamente di partecipare attivamente al gioco.

 

Chiesi di parlare con i genitori e quando furono da me, notai come capita spesso che la mamma aveva già notato quanto io le comunicavo, mentre il papà cadde dalle nuvole o fece finta, non so.

Cercò di difendere il proprio operato, di mantenere in piedi la situazione, poi si arrese quando io gli chiesi: "Ma lei vuole un pessimo giocatore di calcio, triste e depresso, o un giovane libero e felice?".

Si arrese.

Adesso Giovanni è un ottimo giocatore di rugby. Assolutamente sereno.

Il padre lo segue costantemente nelle partite.

 

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(IL PEZZO DI AGOSTO)

 

SE TI DAI DA FARE, LA VITA TI DA' UNA MANO....

 

Che cosa accade a una persona che per parecchi anni si trova a vivere delle cocenti delusioni sul piano sentimentale, amicale e lavorativo?

Nasce la sfiducia e spesso è una sfiducia a tutto tondo; è una sfiducia fatta di disistima per quello che si riferisce alla percezione di noi e fatta di timore o di contrapposizione verso gli altri, che vengono visti, tutti, come persone che in qualche modo vogliono fregarti o comunque approfittarsi di te.

Scatta inoltre una sorta di cinismo che interessa i sentimenti, che per la persona delusa vengono visti o come inesistenti o comunque come motivi, prima o poi, di sofferenza. Ed ecco discorsi del tipo "l'amore non esiste...", "prima o poi tutti cercano di approfittarsi di te...", "le belle persone non esistono..." e chi più ne ha, ne metta.

 

Simonetta - chiamiamola così - giunse da me in una mattinata di fine Novembre, stagione che già si presta alla tristezza e alla cupezza d'animo.

Eravamo all'inizio degli anni Duemila.

Aveva dentro di sé una tal voglia di parlare, che praticamente saltò a piè pari i saluti preliminari e andò subito al sodo, illustrandomi il proprio percorso di vita.

Muoviamoci dall'infanzia e dall'adolescenza, vissute dovendo sopportare una accentuatissima separazione conflittuale tra i genitori, che aveva pesantemente condizionato psicologicamente lei e la sorella più piccola. Con una differenza: che - detto da Simonetta medesima - la sorella aveva imparato a schermarsi ed a vivere la propria esistenza, mentre lei era rimasta devastata da quella situazione che con alti e bassi pareva non dover finire mai.

Fu in quel momento che nacque in lei il cinismo di cui sopra, unito al desiderio fortissimo di piacere, di essere apprezzata, di essere popolare a scuola e tra gli amici. Da qui a vivere continue esperienze che lei voleva fossero sentimentali e invece i ragazzi le intendevano come sessuali, il passo fu breve.

Oltretutto le sue frequentazioni - quando arrivò da me aveva venticinque anni - avvenivano sempre nei medesimi luoghi: pub, discoteche, locali vari, palestra. Insomma, luoghi in cui puoi certamente incontrare qualcuno con cui divertirsi, ma dai ritmi veloci, superficiali, in cui si ha perfino difficoltà a parlare a causa del frastuono che c'è.

Frequentando questi posti, aveva avuto numerose storie affettive o pseudo tali, tutte finite male, soprattutto le tre più importanti e questo aveva accentuato in lei il timore di voler bene.

Eccoci al famoso atteggiamento cinico e sfiduciato.

 

"L'amore non esiste. L'amore vero non c'è. E' solo sfruttamento di una persona da parte di un'altra!" Mi disse durante uno dei nostri primi incontri.

"Nei sei convinta?".

"Certo!".

"Io credo di no. Io credo che nel tuo profondo non tu sia convinta di quello che hai detto...".

"Oh, e perché?".

"Perché se tu ne fossi davvero convinta non saresti qui di fronte a me!".

"Tutta la mia vita è una conferma che l'amore non esiste o, se putacaso esiste, è un qualcosa inventato dal diavolo per farci soffrire.... Io dal mio psicologo voglio un aiuto per vivere un pochino meglio questa situazione!".

"Cioè vuoi che io ti aiuti a rassegnarti? A codesta età dovrei supportarti nel consolidamento di una personalità sfiduciata e depressa? Non t'immagini che è come se tu chiedessi un veleno al tuo medico?".

"Se non puoi farlo, ci sono tanti altri tuoi colleghi....".

"Non mi chiedi che cosa intenderei fare? Che obiettivi avrei per te?".

"Sentiamo...".

 

Le spiegai che la rassegnazione è morire pur essendo vivi. Cercai di farle comprendere, un poco per volta, che ogni evento negativo che ci accade nella esistenza è, sì, micidialmente condizionante, ma non è statisticamente rilevante.

Tutti gli uomini non sono dei porci immaturi solo perché ne ho incontrati due o tre così.

Tutti i matrimoni non è che finiscono male, terribilmente male, solo perchè è andato male quello dei miei genitori.

Tutti i rapporti di amicizia non è che prima o poi ti portano a ricevere sonore fregature, solo perché a me ciò è accaduto in un paio di occasioni.

 

Devo cercare di comprendere perché certi fatti sono accaduti, questo è sicuro e necessario, ma non devo fare di ogni erba un fascio!!

 

Ma soprattutto, oltre al supporto professionale vero e proprio, che agiva prioritariamente sul versante della ricostruzione dell'autostima e della fiducia in se stessa, le detti un altro parere fondamentale: "Non hai trovato le persone che desideravi frequentando determinati ambienti? E allora, è semplice, frequentane altri! Vuoi che la gente ti conosca per quello che sei dentro di te, nel tuo cuore e nel tuo cervello, e non solo che vedano il tuo bel fisico? Allora cerca ambienti in cui ci siano tempi lenti e spazi giusti per parlare, frequentarsi, conoscersi e in cui si vada per una motivazione ideale e non solo per ubriacarsi o per "imbroccare"...!!".

 

Mutare vita, dunque. Mutare frequentazioni. Cambiare i luoghi in cui si va, almeno in parte.

Ma soprattutto fare anche qualcosa di utile per gli altri.

Agire mostrando agli altri la nostra sensibilità e nello stesso tempo ricevere da loro riconoscenza e affetto, oltre a toccare con mano la consapevolezza che se possiamo fare del bene allora ciò significa che il bene è in noi e negli altri.

Le proposi quindi di entrare a far parte di una struttura del volontariato, per davvero aiutare gli altri e nello stesso tempo entrare in un ambiente diverso rispetto a quelli, intrisi di superficialità, edonismo e narcisismo come quelli da lei vissuti fino a quel momento.

 

L'insicurezza ti porta timidezza, difficoltà a rapportarsi con gli altri, paura di sbagliare e di apparire inadeguati, timore nell'entrare in un ambiente nuovo...

Ma il destino ci dette una mano.

Un'associazione del volontariato mi chiese di tenere un corso per gli apprendisti soccorritori e glielo feci presente.

Praticamente avremmo vissuto insieme in suo ingresso nel nuovo luogo...

Fu quasi costretta ad accettare: ma si iscrisse con l'accordo che se si fosse resa conto che l'ambiente, le persone e gli impegni richiesti non le erano graditi, si sarebbe potuta ritirare senza fallo.

 

Adesso è sempre lì. Insieme alla figlia diciottenne che segue le orme materne e paterne, visto che Simonetta pochi mesi dopo aver iniziato il suo cammino ebbe l'occasione d'incontrare un bravo giovane con il quale, sposati, sta ancora.

 

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(IL PEZZO DI LUGLIO)

 

GIUNGERE ALLA VITTORIA, NONOSTANTE TUTTO....

 

Questo, amiche e amici, è sicuramente uno di quei miei pezzi che portano molte persone a pensare o addirittura a dirmi "Questa storia te la sei inventata tu per far coraggio alla gente!".

E invece no. E' assolutamente vera, come tutte le altre che l'hanno preceduta e che la precederanno. Cambiano solo molti particolari per non rendere riconoscibile la persona di cui parliamo. In ogni caso racconto storie di anni, lustri, o addirittura decenni fa.

Pure questa, anche se è terminata da un paio d'anni, prende il via diverso tempo addietro.

 

Giunse da me una ragazza nella quale si scontravano due entità: la propria essenza solare, assolutamente simpatica, con un sense of humor eccezionale, con una risata (le poche volta che la faceva) del tutto contagiosa.... e l'individuo cupo, triste, sfiduciato, portatore di un principio di depressione reattiva associata ad altre problematiche che vedremo tra poco.

Aveva avuto un percorso di vita assai impegnativo, Anita - chiamiamola così - , sin da quando era venuta alla luce: rimasta presto orfana di madre, con un padre assente per ovvi motivi, con un fratello portatore di patologie mentali, con altri fratelli e sorelle a cui badare e di cui preoccuparsi.

Originari del profondo sud, quando questi ragazzi furono in grado di potersi muovere, già grandi o grandicelli, si spostarono in Toscana - mentre il padre ed il fratello restarono giù - ed iniziarono a vivere, a cercare di vivere, costruendo la propria esistenza in una realtà familiare in cui i più grandi aiutavano i più piccoli, in cui i primi fungevano anche da genitori per gli ultimi fratelli e sorelle.

Ne fece di tutte, Anita, per tirare avanti: ogni tipo di lavoro, pur senza scordare due aspetti sostanziali nel e del proprio vivere.

Si rammentò sempre di cercare di vivere e mai dimenticò i propri obiettivi scolastici, da portare avanti ad ogni costo, anche se la frequentazione dell'università - oltretutto una delle due o tre facoltà più difficili in assoluto - le causava frustrazione perché non riusciva ad andare avanti velocemente come avrebbe voluto. D'altro canto la ragazza lavorava da cameriera, baby sitter, sorella più grande.... Non aveva giornate noiose, Anita.

Ma il percorso di vita prima o poi ti chiede di pagar pegno.

 

Ecco perché Anita era arrivata nel mio studio: si sentiva depressa, triste, con frequenti scoppi di rabbia, con varie somatizzazioni, con un senso di disistima perché appunto non si vedeva sufficientemente svelta nel percorso accademico, ma soprattutto perché temeva di diventare pazza e di far del male alla nipotina che letteralmente adorava e che veniva ricambiata in pieno dalla bimba.

 

Il responso dell'intervento valutativo e diagnostico fu chiaro: la giovane donna era davvero portatrice di un principio evidente di depressione reattiva, con un'accentuata componente disistimica, ma soprattutto con un eclatante disturbo ossessivo compulsivo, impregnato di fissazioni (la prima, il timore di far del male alla bambina) e da manie di controllo, con ossessioni aggressive e quindi con il terrore di perdere il controllo verso le persone più amata, ad iniziare dalla nipote.

Essendo una ragazza intelligente, oltretutto impegnata in una facoltà universitaria scientifico-biologica, non ci furono problemi nel farle comprendere che i suoi terrori non si sarebbero mai concretizzati e che il suo timore di perdere il controllo derivava proprio da non aver avuto fino a quel momento il controllo della propria esistenza.

Un'esistenza che essendo stata causa di un'accentuata deprivazione affettiva (la mamma morta ed il papà impegnato o al lavoro o a seguire il fratello disabile) l'aveva condotta a maturare le disistima di cui sopra.

Non era bipolare, Anita, ma ciclotimica sì. Eccome, se lo era e quando era nella giornata "no", era dura lavorarci....

Ma proseguimmo il nostro cammino e rammento che un giorno la colpii non poco quando le feci presente che lei doveva essere orgogliosa di se stessa perché per tutto ciò che aveva vissuto, aveva corso il rischio di perdersi cosa che invece non le era accaduto.

"Quando il mattino ti osservi allo specchio..." le dissi, mentre lei si commuoveva "...cerca di essere orgogliosa di te stessa, perché hai dimostrato e dimostri una forza e delle capacità assai notevoli!".

 

Ovviamente, lavorare con una persona assai intelligente e problematica, vuol dire lavorare con una persona  splendidamente dura..... che se non è convinta, per farle accettare qualcosa ci dobbiamo sudare. Ma procedemmo, pur tra alti e bassi.

Un giorno venne da me e mi annunciò che sarebbe andata a far l'Erasmus a Siviglia, in Spagna.

"Ma lo spagnolo lo sai?".

"No, ma lo impererò!!".

E se ne stette in Adalusia per un anno, tenendosi in contatto col sottoscritto via mail e sms....

Ci stette, sostenendo perfino qualche esame, oltre a frequenti stati alcolici....

Poi tornò, felice per l'esperienza vissuta e decisa a dare un colpo d'accelleratore agli studi, dopo la vacanza andalusa.

Qui?

Neanche per idea: decise di recarsi in una città del Nord Italia per ultimare la laurea specialistica e noi due, tra interruzioni più o meno lunghe, continuavamo a vederci e/o a sentirci. La disistima e la depressione stavano scomparendo, il carattere effervescente, no, ma faceva parte di lei.

Lassù, lavorando e studiando, portò in fondo il proprio percorso, laureandosi brillantemente non dico in quale disciplina, ma assicuro che è assai complessa, non da tutti.

Poi è entrata nel mondo del lavoro, iniziando a conquistare ciò che il suo essere in credito nei confronti della vita le sta riservando.

Bella persona, Anita.

 

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(IL PEZZO DI GIUGNO)

 

AIUTARE UN "TEPPISTA"......

 

Sono in una fase della mia vita professionale in cui, come probabilmente vi spiegherò meglio la prossima volta, devo fare i conti con il mio essere persona e professionista. In queste fasi si ripensa al passato e ti vengono in mente i mille episodi che ti hanno riempito l'esistenza.

Spesso, per fortuna, sono episodi belli, o comunque finiti bene dopo un inizio che a tutto faceva pensare fuorché a un esito positivo.

Eccone uno, di un ventennio fa....

 

Mi entrò in stanza la professoressa coordinatrice del team docente delle terze medie. Io ero lo psicologo collaboratore di quell'istituto scolastico comprensivo.

Mi meravigliai, nel vederla così sconvolta, lei, sempre calma e ponderata.

Non ci fu bisogno che le chiedessi il perché del suo stato, dato che fu lei a entrare in argomento.

"Quest'anno è arrivato in classe un nuovo alunno, pluriripentente. Viene da Napoli e credo che abbia una situazione familiare terribile, ma soprattutto, da quanto sto figliolo è con noi, non riusciamo più a fare nulla.... Disturba in continuazione, è strafottente...sì, pare sempre incavolato nero.... Apprendimenti, ovviamente, pari a zero. Si è picchiato con il mio collega di educazione fisica, ma comunque manda tutti noi a quel paese. La scorsa settimana ha spedito un compagno al pronto soccorso... I genitori degli altri ragazzi sono già in ebollizione.

E' per questo che con la preside abbiamo deciso di coinvolgerti, prima di parlare con l'assistentato sociale e eventualmente con i carabinieri...".

"Uhm... Ascolta, facciamo così: mettiti d'accordo con i colleghi e digli che una mattina andrò nella loro classe a fare un incontro generale e generico con gli studenti.... Avrei dovuto farlo in ogni caso, tra poco... Vuol dire che lo anticipo...".

"Bene, poi dopo questo primo sondaggio, ci ragguaglierai....".

"Certamente. Ah, convocate i genitori del ragazzo...".

"C'è solo la mamma...".

"Eccoci là!! Convocate lei...".

 

Entrai in classe dieci giorni dopo. Già mi conoscevano, i fanciulli e le fanciulle, quindi non si meravigliarono poi molto. 

O meglio, uno si meravigliò, sì, proprio lui, Gennaro - chiamiamolo così - stupito per l'arrivo di questo tizio mai visto.

Ma pure il "tizio" si stupì, perché vidi il giovane seduto stravaccato al suo posto, mentre aggeggiava con un piccolo motore elettrico, di quelli da modellini.

Qualche convenevole con gli altri, poi entrammo a parlare della loro esperienza nei primi mesi di scuola.

In otto secondi, senza mai farne il nome, si giunse al famoso "elemento di disturbo", quando molti ragazzi e soprattutto le ragazze segnalarono chiaramente che dall'inizio di quell'anno scolastico "in classe non si vive più....".

 

Non c'è situazione più brutta di quando una classe si mette contro a un proprio compagno.

E' terribile perché cresce costantemente la tensione, il reprobo ovviamente non viene inserito e integrato e questo favorisce in lui il consolidamento dei comportamenti aggressivi e provocatori che peggiorano la situazione.

Un circolo perverso, insomma.

 

Parlavamo, con gli studenti, e non appena Gennaro comprese che si parlava di lui, iniziò a cantare ad alta voce mentre proseguiva la riparazione del motorino.

Cantare così forte, da disturbare il nostro confrontarci.

Feci terminare quasi di colpo la questione "nuovo-compagno-che-rompe-le-scatole" e approfittando del loro essere in terza media, chiesi se si poteva fare un piccolo sondaggio sulle loro preferenze in relazione all'ormai prossima scelta della scuola superiore da frequentare e quale lavoro gli sarebbe piaciuto intraprendere da "grandi".

Gennaro si mise zitto, ad ascoltarci. Sempre stravaccato maleducatamente, ma zitto e attento.

Passavo da alunno a alunno.

"In quale scuola superiore vuoi iscriverti? Cosa ti piacerebbe fare da grande?".

Giunsi anche da lui, che in partenopeo stretto, strettissimo, mi rispose che alla scuola da frequentare dopo, non ci aveva minimamente pensato, mentre per il lavoro, voleva "faticà" come elettricista.

Gli chiesi cosa stesse aggeggiando in quel momento e lui quasi si meravigliò per la domanda. Mi rispose con attenzione e con - diciamo così - cortesia.

Percepivo comunque un suo netto livore verso le figure adulte, indifferentemente maschili o femminili.

La campanella pose fine all'incontro.

Volevo sapere la storia di questo ragazzo. Mi fiondai dalla preside ricordandole di convocare la mamma di Gennaro.

 

Una settimana dopo la donna mi fu di fronte.

Era chiaramente indigente, assai mal messa economicamente e culturalmente, ma soprattutto con una evidente depressione addosso.

Non mi raccontò una bella storia, questa signora: lasciata dal marito invaghitosi di un'altra, con tre figli sulle spalle, si era trasferita da Napoli in Toscana, da una sorella, per riprendere una vita "normale", ma in quel momento viveva come donna delle pulizie precaria...

Aiuti da parte del marito, rimasto giù, ovviamente nulla.

Una vita d'inferno quella da lei vissuta, con i figli - soprattutto Gennaro - che avevano assistito a frequenti violentissime liti tra i genitori. In una occasione Gennaro si era frapposto tra la madre e il padre, che l'aveva presa per la gola.

Che idea poteva avere, questo ragazzo, delle figure adulte maschili e femminili? Che considerazione poteva provare verso di noi "grandi"?

Gli uomini? Il padre violento, assente, ubriaco. La madre debole, rassegnata, vittima sacrificale. "L'altra", una zoccola sciupa-matrimoni.

E dopo? Ecco altri adulti incarnati nei professori che ovviamente ti chiedono qualcosa...

Ecco le cause del carattere di Gennaro, che comunque andava salvato.

 

Qualche giorno dopo, eccomi fuori dalla scuola, all'ora dell'ingresso. Arriva il giovanotto e lo fermo. Mi osserva meravigliato e sospettoso. Possibile volessi proprio lui? Lui, normalmente, non lo cercava mai nessuno, se non per sgridarlo.

Apro la mia borsa e tiro fuori un transistor.

"Ascolta, non mi funziona più. Potresti dargli un'occhiata? Mi farebbe piacere!".

Lui mi guardò ancor più meravigliato, ma il sospetto era svanito, non l'indecisione, però.

Avete presente quando un cucciolo selvatico vuole avvicinarsi a voi che gli offrite del cibo, ma ha paura? Lui era eguale.

Comunque mi prese la radio e mi disse che l'avrebbe controllata.

A quel punto non era più meravigliato e indeciso: era orgoglioso.

 

Non mi fermai lì.

Conoscevo un bravissimo elettrotecnico, bravo come tecnico e ancor più bravo come uomo. Un vecchio artigiano, ormai oltre la pensione, che però teneva aperto il proprio piccolo laboratorio. Un uomo impegnato nel volontariato e sinceramente portato verso gli altri.

Non c'è più, questo amico, ma lo porto ancora nel cuore.

Andai da lui.

"Chi mi aiuteresti ad allevare e a far crescere un lupacchiotto selvatico che ha sofferto un monte e che all'inizio potrebbe mordere e graffiare?".

La domanda era troppo eccitante per avere un "no" per risposta.

"Mandamelo quando vuoi...".

Ottimo.

Due giorni dopo, mentre Gennaro trionfante mi riportava la radiolina funzionante, gli proposi di andare ad imparare ancora di più in un vero laboratorio, da un mio amico. C'era solo un problema: che poteva andarci solo dopo la chiusura della scuola, dopo aver superato gli esami di terza media. Nel frattempo, se voleva, mi avrebbe fatto piacere parlarci ogni tanto, venendo da me, nella mia stanza a scuola....

Quei mesi furono impegnativi, non lo nego, ma la farfalla uscì davvero dal bozzolo.

Non solo il nostro amichetto superò gli esami, ma ce la fece pure a ottenere successivamente un diplomino triennale nel proprio specifico campo.

Il laboratorio non ha chiuso dopo la morte del proprietario: lo gestisce Gennaro, ormai grande.

 

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(IL PEZZO DI MAGGIO)

 

I FIGLI VANNO DOVE LI INDIRIZZANO I GENITORI.......

 

Che cosa vuol dire? Vi chiederete.

Ecco un esempio assai esplicativo. E' UN esempio, ma potrei farne moltissimi, di questo tipo e purtroppo vanno aumentando di numero di anno in anno, oltretutto senza più differenza tra la grande città ed il piccolo centro.

Nel passato, ho segnalato altri episodi simili.

 

Ci dice l'esperienza  che spesso molti ragazzi danno segni di disagio sin da piccoli, sin da quando frequentano la scuola per l'infanzia e in certi casi fin da allora l'istituzione scolastica attiva gli interventi per cercare di aiutarli, segnalando i casi più gravi all'assistentato sociale. Questi, poi, coinvolge le famiglie e, se necessario, il Tribunale dei Minori. Ma questo accade nei casi più gravi e più preoccupanti.

 

Veniamo al dunque: qualche anno fa, in un piccolo centro di provincia, un luogo ameno in cui ci si conosce tutti ed in cui esiste una solidarietà che ormai in città è solo un ricordo malinconico, scuola per l'infanzia con tre sezioni e in una di queste tre bimbetti con un comportamento oggettivamente sopra alle righe.

Le insegnanti in momenti diversi fecero presente ai genitori dei tre - prima da sole, poi con il supporto della dirigente scolastca - che forse ci sarebbe stata la necessità di attuare un controllo e una valutazione specialistica visto il comportamento preoccupante degli alunni in questione.

Delle tra famiglie, una non si presentò neppure; le altre due si rifiutarono con offesa decisione di sottoporre il proprio figlio ad una valutazione specialistica.

Intanto il tempo trascorreva e i ragazzi crescevano, assumendo sempre di più prima la nomea di discoli del paese e di confusionari in classe, poi  il quadro peggiorò notevolmente: il loro crescere fisicamente, anziché portare meglioramenti comportamentali, li peggiorò notevolmente.

Ormai non erano più i discoli della classe e del paese, bensì avevano messo in mostra atteggiamenti e comportamenti ai limiti o forse oltre, del bullismo e del teppismo.

In ogni ambiente da essi frequentato lasciarono il proprio ricordo: dalle varie classe alla squadra di calcio, dal catechismo al doposcuola, o semplicemente anche

nei giardinetti della loro località....

I carabinieri avevano già convocato i genitori, per avvisarli e allertarli di nuovo, ottenendo poco a nulla.

Erano famiglie assenti o ipergiustificative.

 

Ma l'exploit più eclatante avvenne in estate: scuole chiuse, caldo e tanta noia.... I nostri amici, quattordicenni, a tirar tardi.....

Una notte i tre compari si trovarono a transitare in prossimità della biblioteca comunale del paese e notarono che il finestrino del bagno era socchiuso (o lo aprirono loro? Non ci è dato saperlo). Dal notare questo al decidere di intrufolarsi dentro fu un attimo e una volta dentro iniziò una sistematica opera di devastazione dell'ambiente.

Le fotocopiatrici, il proiettore, ma soprattutto i libri e i dvd..... tutto buttato all'aria o distrutto. Soprattutto nello strappare i libri, misero in mostra un impegno e una costanza degni di nota.

Ai nostri eroi, però, era sfuggita una elementare considerazione: anche all'una di notte, d'estate la gente gira o per sfuggire al caldo o per gustare un bel gelato e quindi ci furono diverse persone che prima si allarmarono per la confusione che usciva dalla biblioteca e dopo, pensando, ai ladri, chiamarono i carabinieri.

Fu così che quando il gruppettino uscì  dal bagno, trovò il maresciallo e il brigadiere che li accolsero affettuosamente.

Intanto giunsero l'assessore, il sindaco e la responsabile della biblioteca e inorridirono..... I danni erano ingentissimi. In poco più di trenta minuti, pareva passato dalle stanze un vero e proprio terremoto. Danni ingenti e quindi costi ingenti.

 

Portati in caserma, i tre giovani virgulti rimasero in attesa dei genitori e - mi raccontò il maresciallo - mostrando un atteggiamento strafottente, provocatorio, assolutamente indisponente.

I genitori?

Uno, al telefono disse che era impegnato nel proprio lavoro notturno e non poteva lasciare assolutamente. La mamma del ragazzino non c'era: separati, era tornata ad abitare nel luogo d'origine, lasciando al marito il figlio e la figlia più piccola.

Gli altri due, invece, per poco non passarono dei guai con gli uomini dell'Arma visto che difesero a spada tratta i propri figli, affermando che "di compiere una bischerata può capitare a tutti....", "che in caserma di notte dovrebbero starci altri e non dei bimbetti!"....... Uno chiese chi, tra i cittadini avesse lanciato l'allarme e se era vero che li avevano visti uscire dalla piccola finestra del bagno.

 

Questo è un evento accaduto una quindicina di anni fa.

Oggi, quei ragazzi ormai trentenni, dove sono? Che cosa fanno?

Uno è in prigione.

Un altro è in America Centrale dove vive di espedienti.

Un altro è in comunità terapeutica. Ha due figli, avuti da due donne diverse ed è separato da tutte e due. Non frequenta questi piccoli.

I genitori?

Si lamentano perchè questi ragazzi "sono stati tanto sfortunati e le cattive compagnie li hanno rovinati...".

Davvero, le cattive compagnie??

 

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I M P O R T A N T E....... MODALITA' OPERATIVE

I M P O R T A N T E....... MODALITA' OPERATIVE - Dr. Giancarlo PETRI



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"Amo la psicoterapia: nulla è meglio che parlare con chi non ha nessun coinvolgimento emotivo nella tua vita...".
 (E. Mendes)




COME LAVORO CON I MIEI PAZIENTI.......

  

1) INDIVIDUI SINGOLI: il lavoro si divide in due parti ben precise: la parte iniziale, che richiede tre incontri (di solito) e che mi permette di attuare una psicodiagnosi - anche sul versante eziologico - sufficientemente attendibile attraverso l'utilizzo del colloquio e di mezzi diagnostici come i tests. Di questa ne parlo al diretto interessato, con le susseguenti spiegazioni e indicazioni. Successivamente inizia il rapporto operativo vero e proprio (terapeutico, di sostegno o di consulenza), la cui durata non è precisabile. Gli incontri possono avvenire una (di solito) o due volte alla settimana. La durata di un intervento è di 45 minuti. Solo il primissimo incontro può "sforare" tale limite. Perchè 45 minuti? Perchè di solito in un adulto le capacità attentive di buona qualità durano più o meno intorno ai 45/50 minuti.
Ho disponibilità ad essere contattato telefonicamente o via e-mail, se necessario.


2) COPPIE: se mi chiedono una terapia comune, appunto di coppia, al fine di chiarire ed eliminare o indebolire le dinamiche negative in essa presenti, agisco così: attuo una serie d'incontri che si divide in una parte iniziale ed una successiva. Nella parte iniziale ricevo la prima volta i due insieme, poi lui o lei, poi lei o lui, poi di nuovo noi tre insieme e ulteriori due incontri singoli. Anche durante questa azione posso utilizzare tests e reattivi mentali. Successivamente si sviluppano gli incontri SEMPRE a tre. IMPORTANTE: in un lavoro siffatto, il sottoscritto è il consulente di entrambi e quindi NON puo' privilegiare uno o l'altra. Gli incontri di solito avvengono una volta alla settimana; la durata, a parte il primo, è di 45 minuti.


3) MINORI: qui è necessaria un'accurata precisazione.

* Il primo incontro si svolge sempre tra noi adulti, senza il bimbo od il ragazzo.

a) Bimbi molto piccoli, fino ai tre anni: osservazioni sul campo (miei consulenti osservano per tre/quattro volte il piccolo nei propri ambienti di riferimento (casa, nido)), osservazioni in studio, schede osservative da riempire per i genitori, consigli susseguenti ai genitori ed eventualmente alle educatrici. L'intervento non presuppone l'utilizzo di mezzi diagnostici - se non poco materiale strutturato - data la giovane età del soggetto e la mancanza di capacità attentive, linguistiche e strumentali;

b) Bambini dai tre ai cinque anni: più o meno come sopra, ma con un'accentuazione degli interventi diagnostici in studio;

c) Ragazzi in età della scuola dell'obbligo: prioritario nettamente l'intervento in studio, con colloquio e la somministrazione di tests e reattivi mentali di vario tipo, schede osservative da riempire dai genitori, in situazioni eclatanti osservazioni sul campo (casa, scuola, extrascuola), se necessario segue poi l'intervento psicoterapeutico vero e proprio, frequenti contatti con la famiglia (talvolta terapia pure con essa, se non scappa.....) e i Docenti. Un incontro alla settimana. Durata di un incontro: in relazione alla durata qualitativa dell'attenzione del soggetto, ma non meno di trenta minuti.

IMPORTANTE: PER I MINORI FIGLI DI COPPIE SEPARATE O DIVORZIATE, L'INTERVENTO PUO' ESSERE ATTUATO SOLO CON L'AUTORIZZAZIONE SCRITTA DI ENTRAMBI I GENITORI.


4) INTERVENTI PERITALI (CTP = Consulente Tecnico di Parte): ahimè, accade sempre più frequentemente che nell'ambito di una separazione coniugale, si giunga al "giudiziale", cioè ad una fase di conflittualità così dura, tra i due ex coniugi, da richiedere l'interventodei tribunali - Ordinario e dei Minori - per redimere la diatriba. In questo caso il Tribunale nomina il proprio Consulente Tecnico di Ufficio (CTU) mentre i "duellanti" nominano i propri CTP (Consulenti Tecnici di Parte).

Collaboro con diversi legali matrimonialisti e sovente mi capita l'ingrato compito di fare da CTP per un signore od una signora. Di fatto divento la loro figura tutelante e consulente durante tutto il difficile iter giudiziale.

La mia presenza si esplica:

1) Nell'accompagnamento del Cliente agli incontri con il CTU;

2) Nell'accompagnamento del Cliente agli incontri con i vari legali e la controparte;

3) Nell'accompagnamento del Cliente alle sedute in Tribunale (non sempre è necessario);

4) Tengo i rapporti con il legale del Cliente e relaziono i vari momenti del percorso;

5) Stendo la relazione finale come CTP;

6) Partecipo alle conclusioni finali del percorso (contraddittorio) e accetto o meno (in questo caso esprimendo una controrelazione) la relazione finale del CTU;

7) Do supporto psicologico e indicazioni al Cliente.

 

 

QUESTO PER LE SEPARAZIONI E I DIVORZI GIUDIZIALI, MA GLI INTERVENTI PERITALI INTERESSANO ALTRO.....

La "valutazione del danno", cosa significa?

Se da un qualche oggettivo evento negativo derivante da dolo o incapacità di altri un individuo si sente danneggiato o addirittura severamente colpito in ambito psicologico ed emotivo, può chiedere - nell'intraprendere una causa penale o civile - il supporto di un proprio consulente che certifica i "danni" che la persona ha ricevuto dall'evento negativo in questione.

Oltre a relazionare la perizia, si accompagna il Cliente alle sedute, alle visite collegiali e presso tutti gli altri eventi in cui potrà avere bisogno della presenza del consulente.


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Quando lavoro con una persona e devo parlare "dell'inverno" (ognuno di noi ha "un inverno".... Non devo certamente spiegare ora che cosa significa...) non dico solo che dopo giungeranno la primavera e l'estate. Bensì cerco di dimostrare che pure l'inverno può contenere qualcosa di bello; cerco altresì di dimostrare che di solito è l'inverno che ci fa crescere, non l'estate.
D'estate tutti sono capaci di godere. E' facile...
L'inverno ci fa crescere, anche se pare stroncarci col suo freddo, in certi momenti.
E più rigido è, e più ci fa crescere...

 - Dr. Giancarlo PETRI
Forse non potremo essere tutti grandi centravanti, ma ognuno di noi può essere un ottimo comprimario nel gioco della vita che - Charlie Brown sbaglia - non si ferma mai.....

 - Dr. Giancarlo PETRI
VAN GOGH: quando la sofferenza diventa grandezza....

Solidi come la roccia,
liberi come il vento,
adattabili come l'acqua......

 - Dr. Giancarlo PETRI
Dr. Giancarlo PETRI

Guardarsi dentro, alla ricerca di noi....

Dr. Giancarlo PETRI

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Il Centro di Consulenza è convenzionato con AZIENDA AMICA, offrendo sconti ai Soci.

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Lo stemma della mia famiglia. Le radici.....

Dr. Giancarlo PETRI

Droga? MAI! Vedi in terza pagina.

Dr. Giancarlo PETRI

Ricordiamo sempre pure questo...

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