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STORIE DA UNA PROFESSIONE

RICORDI DI PERSONE INDIMENTICABILI - MODALITA' OPERATIVE: COME LAVORO...

RICORDI DI PERSONE INDIMENTICABILI - MODALITA' OPERATIVE: COME LAVORO... - Dr. Giancarlo PETRI

 

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ANCHE SE AVRO' AIUTATO UNA SOLA PERSONA A SPERARE, NON AVRO' VISSUTO INVANO....

(M.L. King)

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- PERSONE INDIMENTICABILI (in positivo e in negativo....).  SEMBRA LA SCENEGGIATURA DI UN FILM, INVECE E' TUTTO VERO.... -


IL PROSSIMO INTERVENTO, IL 15 MARZO 2018.....

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NB: Ricordo agli amici che mi seguono, che ho anche una rubrica su Facebook, dal titolo "PSICOLOGIA E FAMIGLIA".

Venitemi a trovare!!

 

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E ancora......:

Dato che sempre nuove persone vengono a trovarmi (sono a una media di 700/900 visitatori al mese, che visitano il mio sito!), ho deciso di lasciare inseriti i pezzi dei mesi precedenti, così potranno essere letti dai nuovi.

Andranno a scomparire lentamente, via via che lo spazio si riempirà.

Confermo che sto pensando di pubblicarli in un libro.

Avrò tempo per farlo? 

Vedremo. 

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(IL PEZZO DI FEBBRAIO)

 

QUANDO LO PSICOLOGO E' FELICE DI ESSERSI SBAGLIATO

(Ovvero un altro modo per "ripartire")

 

Intanto una piccola premessa: che cosa è una famiglia dissociata ?

E' una famiglia formalmente integra, sovente che dà all'esterno una immagine di sé totalmente idilliaca, ma che non "funziona" per molteplici motivi, con tutto ciò che ne consegue, soprattutto come ricadute sui figli. Figli che, come spesso accade, non ricevevano presenza ed affettività, ma in compenso ricevevano eccessive attenzioni materiali, quasi stucchevoli, che i genitori - assai benestanti grazie al lavoro di rappresentante del padre - elargivano a piene mani come per compensare la propria assenza affettiva.

 

Dai lontani anni Ottanta.....

 

Questa coppia aveva due figli - lui di 15 anni, lei di 17 - che avevano iniziato a dare dei problemi sul piano emotivo e comportamentale: il maschio, non facendo niente a scuola e, anzi, mostrando una preoccupante tendenza verso la violenza; la femmina, all'opposto, essendo bravissima a scuola (se non ricordo male, aveva una media del dieci , ma assolutamente priva di amicizie, sempre chiusa in casa.

A parte i figli, anche gli adulti vivevano una crisi da connotati assai netti, che li stava conducendo assai probabilmente verso una separazione.

Però fu quando gli insegnanti dei due ragazzi dissero loro che erano preoccupati, che decisero di rivolgersi al sottoscritto.

 

Decidemmo d'intraprendere un percorso di terapia familiare, quindi con il coinvolgimento dei figli adolescenti.

Iniziamo la settimana successiva ed ebbi subito una chiara idea di Claudio - chiamiamolo così - figlio dei due: assolutamente contrappositivo, provocatorio, arrogante. Uno di quei soggetti che mettono a dura prova la pazienza dello psicologo.

Evidentemente il suo crescere in quella famiglia unito ad alcune predisposizioni di base, lo avevano portato ad maturare, nonostante un'ottima intelligenza, un carattere immaturo, tendenzialmente egocentrico e narcisista, incapaca di reggere le frustrazioni e le regole, anche le più elementari.

Mi riproposi di segnalare la particolare situazione ai due signori, ma il destino aveva altro in serbo, per tutti loro.

Rammento come se fosse ora: stavo per sedermi, appena giunto in studio, quando squillò il telefono.

Era la moglie, che mi comunicava sconvolta che il coniuge, nell'Italia settentrionale per lavoro, si era schiantato con la propria mercedes contro un Tir, restando ucciso nell'impatto.

Una vera e propria tragedia, ma il bello - si fa per dire - doveva venire dopo.

 

Non era vero che fossero ricchi! Il marito, giocatore in borsa a livelli maniacali, aveva via via dilapidato tutti i propri guadagni. Il tenore di vita, poi, del tutto eccessivo, aveva fatto il resto.

Scoprirono che la loro splendida villa era gravata non da una, bensì da due pesanti ipoteche e furono costretti a perderla, ormai azzannati dalle banche.

Fu così che in pochi mesi si videro passare dalla quasi ricchezza alla quasi indigenza, chiusi in un piccolo appartamento di tre stanze, con il modesto stipendio della mamma che - casalinga fino a quel momento - aveva rispolverato il proprio diploma di ragioniera e trovato da lavorare presso una ditta con la quale collaborava il marito defunto.

Ma la devastazione vera colpì i ragazzi.

 

La ragazza, neo diplomata al liceo classico, aveva dovuto riporre il desiderio d'iscriversi ad archeologia, per barcamenarsi tra ripetizioni private e lavoratti saltuari. 

Claudio invece visse la situazione peggiore.

Fu costretto a interrompere il liceo scientifico per passare a un istituto professionale, ma soprattutto fu costretto - lui che non accettava e non sopportava la minima rinuncia - a mutare totalmente il proprio modo di vivere: non più il viziato rampollo di una famiglia (presunta) ricca, ma un ragazzo che doveva farsi i conti in tasca anche per acquistare la merenda!!

 

E Claudio fece flop , emotivamente e quindi nel comportamento.

 

Evidenziò ulteriormente un atteggiamento rabbioso, violento, incapace di accettare le regole e gli impegni, con dentro una vera e propria idiosincrasia verso tutto e tutti che potevano rappresentare l'autorità (madre, insegnanti, vigili urbani, carabinieri...).

Divenne il protagonista di risse e scazzottature, ma soprattutto prese a bere, a bere a più non posso nonostante fosse solo un sedicenne.

Quante volte io sono andato a prenderlo fuori da una discoteca per riportarlo a casa. Io, perché era l'unico adulto di cui si fidasse.

E quante litigate abbiamo fatto, prima che immancabilmente si finisse con lui che mi abbracciava piangendo.

Lo vedevo costantemente in studio (e non solo), mi recavo a parlare dai suoi professori, in un paio d'occasioni grazie alla comprensione paterna di un maresciallo dei carabinieri gli evitai una brutta bega.....

Poi un giorno di due anni dopo, il postino gli portò una cartolina rosa: la chiamata alle armi: visita medica e poi, un anno dopo, partenza per una destinazione da definire.

 

Mi rammento ancora l'incontro che ebbi con la sua mamma.

Le feci presente che ero preoccupatissimo perché gli atteggiamenti livorosi che il ragazzo aveva verso tutti coloro che indossavano una divisa lo rendevano eccezionalmente a rischio.

Ne era convinta pure la mamma, terrorizzata dalle prospettive.

Giungemmo in un secondo al giorno fatidico.

Alla stazione ferroviaria c'ero anche io e lo abbraccia dicendogli "Cerca di vedere e di trovare il positivo che c'è nella nuova abitudine che vai a iniziare!". Lui mi guardò in silenzio e salì sul vagone.

Mi misi, ci mettemmo in attesa delle brutte notizie.

Nulla. Silenzio.

Silenzio anche con la madre, la sorella, i compagni di bagordi. Ma in certi casi nessuna nuova significa buona nuova.

 

Il giorno del fatidico giuramento c'ero anche io, lassù. E lo stato fisico di Claudio ci colpì: tonico, muscoloso, impegnato - ci disse - a prendere tutte le patenti immeginabili e possibili per ogni mezzo in servizio nell'esercito.

La mamma - con l'intraprendenza bellissima e sfacciata di tutte le mamme - ce la fece a parlare col maresciallo che seguiva il suo gruppo e questo militare praticamente ci descrisse un'altra persona rispetto a quella che noi conoscevamo.

Fin da subito, lui che odiava le divise, le accettò e accettò le regole che l'indossarla comportava.

Certo. Capii senza meravigliarmi: aveva bisogno di punti fermi. Aveva bisogno di una diversa famiglia. Aveva bisogno di ripartire da zero in un luogo nel quale non fosse conosciuto come il teppista del paese.

 

Adesso è lui un maresciallo in servizio permanente effettivo, con una sfilza di nastrini sul petto che pare un albero di Natale. Ma soprattutto è un uomo e un padre felice, insieme alla sua brava e bella friulana e ai due diavoletti che gli ha regalato.

Beh, avevo sbagliato alla grande.

Felicissimo di essermi sbagliato.

 

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(IL PEZZO DI GENNAIO 2018)

 

EBONY AND IVORY

 

Premessa: quanto è bello mostrarsi al mondo disponibili e comprensivi sempre e comunque; quanto è gratificante essere apprezzati per la propria sensibilità e per il proprio altruismo; quanto riempie di gioia narcisista il sentirsi un'anima candida, equa e solidale, lontana mille miglia dall'intolleranza e dal razzismo, nemica a prescindere di ogni guerra e violenza.

Quanto è affascinante e autostimico dire, affermare, gridare che si amano le diversità.

 

Sì.

Fino a quando qualcosa non capita a te....

 

Ho conosciuto Anna Maria - chiamiamola così - mentre preparavo un gruppo di ragazze per il concorso magistrale.

Parlo di giovani sui venti/venticinque anni di età.

Percorsi quindi con questo bel gruppo tutto l'iter della preparazione concorsuale, sostenemmo le varie prove e fu molto bello quando venimmo a sapere, in un soffocante mese di Luglio di fine anno Ottanta, che tutte avevano superato la difficile prova: entro un paio di anni al massimo tutte sarebbero entrate nei ruoli della scuola primaria.

Cena, commozione, ringraziamenti e addii con la promessa di sentirci ogni tanto.

 

Trascorsero dieci anni, quando in un bel pomeriggio di Settembre, mi giunse in studio una telefonata di Anna Maria durante la quale, dopo i primi affettuosi convenevoli, lei mi chiese se ci potevamo incontrare. Anche abbastanza urgentemente.

E' evidente che una richiesta così, anche se non viene da una paziente, ma da un'amica in evidenti difficoltà, deve essere esaudita.

La mattina dopo, quando alle 8,30 giunsi allo studio, lei era già fuori ad aspettarmi.

Di nuovo veloci convenevoli mentre eravamo ancora in ascensore e poi, dopo esserci seduti, mi misi in attesa, osservandola con curiosità: era sempre bella, ma il suo volto urlava al mondo una evidente fase di crisi, ad iniziare dalle borse sotto agli occhi.

Anna Maria in breve giunse al punto, comunicandomi di essere innamorata di un ragazzo.

"Bene, no??". Dissi.

"Bene, sì..... Ma il mio è un amore un po' strano....".

"Dai, spara!".

"Yussuf... (chiamiamolo così). Mi sono innamorata di Yussuf, un ragazzo senegalese..." Mormorò, tutto d'un fiato.

"Quindi?".

"Quindi è scoppiato un casino bestiale a casa....".

"Come sarebbe a dire?".

"Sì. Mio padre non accetta questa relazione. Capisci? Il mio caro babbo così antirazzista, così politicamente impegnato, così solidale...non accetta che sua figlia stia con un nero...".

"E musulmano, suppongo...".

"E musulmano, sì. Ma è molto laico...".

 

Le chiesi di parlarmi di questo ragazzo.

Laureato in lingua e letteratura francese, di poco più grande di lei come età, lavorava come giardiniere in un vivaio alla periferia della nostra città. Era sua intenzione agire per tentare di parificare la propria laurea in Italia, per ambire ad un futuro migliore.

Si erano incontrati un anno prima in un pub, avevano iniziato a parlare scoprendo - pur provenendo da due mondi abissalmente diversi - molte attitudini e molti interessi in comune.

Ma quando i suoi erano venuti a conoscenza della frequentazione, davvero era scoppiata la guerra.

Mentre Anna Maria parlava, io lavoravo freneticamente con la mente, fino a quando non mi venne un'idea.

La interruppi.

"Mi puoi far conoscere questo ragazzo?" Le chiesi.

"Oh, certo. Lo porto qui?".

"No. Vi invito una sera a cena, a casa mia!".

"Come???".

"Sì. E questo invito non è trattabile, per così dire.....".

 

Il sabato successivo, Anna Maria e Yussuf furono da mia moglie e da me.

Il ragazzo non solo era davvero bello, con addosso quella affascinante signorilità felina che solo un nero signore può avere. No. C'era dell'altro: era assai colto, molto informato. Parlò con cognizione di causa di attualità, di filosofia, di letteratura.

Si confermò musulmano, ovviamente, ma evidenziando una notevole laicità, derivante sicuramente dalla propria cultura e dai suoi studi svoltisi a Dakar, ma anche a Parigi.

Mi piacque e mi piacque anche perché mi disse che dal Senegal soprattutto un suo zio - lui era orfano di padre - lo tassellava in continuazione affinché lasciasse "l'infedele" oppure la poteva sposare, ma solo se lei si fosse convertita.

Entrambi si scontravano contro i rispettivi intolleranti.

Come finì quella cena?

Molto semplicemente, chiesi a Anna Maria di dire a suo padre che Giancarlo Petri desiderava parlarci.

"Per dirgli cosa? Me lo immagino, ma per dirgli cosa?".

"Lo saprai dopo. Ti fidi di me?".

"Se no, non saremmo qui....".

"Brava...".

 

Una settimana ero nello studio professionale del padre della ragazza.

Già mi conosceva, sia pure superficialmente: la figlia gli aveva parlato bene di me, un decennio prima, anche se più come preparatore concorsuale che come consulente psicologo o come mediatore familiare.

La cortesia dell'uomo scomparve non appena gli dissi della cena.

"Chi è lei, dottore, un apripista? Quei due matti sono venuti da lei autoinvitandosi a cena per trovare un alleato in grado di supportare e di coltivare la loro follia?".

"Li ho invitati io a cena, se è per questo....".

"Meglio!! Mi meraviglio di lei! Non lo sa in che razza di situazione andranno a mettersi? Non lo sa che dovranno confrontarsi non solo con le rispettive differenze, ma anche con i razzisti bianchi e neri?".

"Sanno tutto.... Non sono stupidi..... Inoltre quel ragazzo mi ha fatto un'ottima impressione...".

"Davvero? Allora lo faccia fidanzare con una delle sue figlie! Peccato che siano ancora piccole!!  Beh, comunque quello che dovevamo dirci, ce lo siamo detto, quindi non voglio che lei perda altro tempo qui da me....".

"No. Veramente avrei da chiederle un favore....".

"Oddio. Quale?".

"Per evitare la possibilità di perdere sua figlia, potrebbe incontrare una volta Yussuf?".

"Buona giornata, dottore...".

"Ci pensi, per favore....".

 

Tre giorni dopo Anna Maria mi telefonò per comunicarmi che suo padre aveva chiesto al suo rfagazzo se si potevano incontrare. Erano rimasti per più di due ore a parlare da soli nel salotto di casa e quando se ne erano usciti, l'uomo teneva il ragazzo abbraccetto.

 

Eravamo di nuovo a cena, con loro due.

Una cena assai rilassata, piacevole, scherzosa.

Anna Maria mi osservava con aria adorante, ma più di tutti mi colpì l'atteggiamento del ragazzo, assolutamente deferente verso di me.

Poi accadde una cosa strana.

Mentre fino a quel momento mi aveva sempre chiamato "dottore", dopo prese a rivolgersi a me con il termine papà detto in modo strano, con un accento altrettanto strano.

Quando mi fu possibile, chiesi a Anna Maria il perché dell'atteggiamento di Yussuf e il perché dello strano termine usato.

Lei mi disse che secondo la cultura di Yussuf noi possiamo nascere tante volte e in modi diversi.

Veniamo messi al mondo, certamente, ma poi nella vita possiamo incontrare delle persone che ci fanno nascere di nuovo, aprendoci nuove strade.

Io per il ragazzo ero una di quelle e quindi mi meritavo l'appellativo di "papà".

Bello. Non c'è che dire.

 

Adesso i due sono ancora sposati e hanno due splendide figlie.

Lui insegna francese in una scuola prestigiosa e lei continua a svolgere il compito d'insegnante in una scuola primaria.

E a distanza di più di venti anni, il professor Yussuf continua a chiamarmi "papà". Il figlio maschio che non ho avuto....

 

 

 

 

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(IL PEZZO DI DICEMBRE)

 

(PREMESSA: in tutta onestà, oggi desideravo parlare di un'avventura che sta capitandomi, poi ripensandoci ho deciso che i tempi non sono ancora maturi e allora, approtittando del balzo all'indietro che mi ha fatto compiere una graditissima mail di auguri, ho deciso di scrivere un ricordo di Francesco - chiamiamolo così - derivante da metà anni Novanta.....)

 

LA STORIA DI FRANCESCO (e di tanti altri.....)

 

Giunse da me insieme alla moglie: quarantadue anni lui, quaranta lei, sposati giovanissimi perché la famiglia di lui aveva tanto insistito per farli sistemare, venti anni di matrimonio, due figli adolescenti maschio e femmina, situazione economica buona, condizioni socio-culturali medio- alte.

Però una notevolissima crisi di coppia, talmente forte da spingerli, o meglio, da spingere la ,oglie a cercare un aiuto. Lui infatti era assai restio.

Quale il quadro delle condizioni di Francesco - chiamiamolo così - e di sua moglie?

Ottimi rapporti formali, bravissimi entrambi nella gestione dei figli e della casa, ma zero intimità comunicativa, intellettuale, affettiva, sessuale.

Sin dal periodo del fidanzamento, Anna Maria - la moglie, chiamiamola così - si era resa conto che la "freddezza" sessuale di Francesco era un po' strana. Raramente la cercava e quando si trovavano in intimità, quelle poche volte, pareva quasi vivere con disagio il contatto con il corpo femminile, così come con disagio affronteva i preliminari e "lo stare insieme" nel suo complesso.

Oltretutto, erano frequenti in Francesco gli episodi d'impotenza.

In ogni caso i due figli erano stati concepiti, per la gioia di tutti, soprattutto dei nonni paterni.

 

Come sa chi viene da me o ha lavorato con me, quando faccio consulenza di coppia instauro un rapporto del tutto paritario con le due componenti ed imposto il lavoro, all'inizio, incontrando singolarmente i due in almeno un'occasione per concedere la possibilità eventuale di parlare in tutta sincerità con il sottoscritto raccontando o evidenziando particolari non detti durante il primo incontro "a tre".

 

In effetti, attendevo con impazienza l'incontro con Francesco, perché forte delle mie precedenti esperienze, ciò che mi era stato raccontato inerentemente al suo vivere la sessualità, mi aveva alquanto sconcertato e interessato.

 

Gli avrei fatto una domanda, a Francesco. Una di quelle domande dirette che all'inizio fanno o potrebbero far male a chi le riceve e poi deve rispondere. Poi invece fanno bene e oltretutto abbreviano i tempi del percorso di lavoro.

 

E quel giorno l'uomo giunse da me in pieno marasma, evidentemente sconvolto, preoccupato, imbarazzato.

Ciò rafforzò la mia decisione.

Qualche sciocco convenevole di routine e poi sparai: "Francesco, lei è omosessuale?".

Lui mi guardò, fulminandomi, poi iniziò a barcamenarsi.

"Francesco, mi risponda, per favore!".

Silenzio.

Un silenzio per una decina di lunghissimi secondi. Poi si mise a piangere come un bambino.

Sì, era omosessuale. Se ne era reso conto all'inizio della scuola media.

Una volta non aveva chiuso bene la porta della propria cameretta e la madre lo aveva sorpreso - tredicenne - a truccarsi ed a vestirsi con abiti femminili.

"Quante cinghiate ho preso quel giorno da mio padre!!" Mi disse, singhiozzando.

 

Già, il padre....

Commerciante noto in tutto il paese, donnaiolo inveterato e traditore seriale della povera moglie, maschilista a tutto tondo.... Praticamente il sapere d'avere un figlio finocchio lo aveva annientato. La madre, del tutto succube del padre e culturalmente simile, la pensava come lui.

Che fare, quindi?

Nascondere.

La famiglia - padre, madre, e i due fratelli maggiori "sciupafemmine" come il babbo - aveva deciso di nascondere. Evitare qualsiasi dubbio tra la gente ("Per mio padre la gente accetta di più un filibustiere etero che un uomo onesto gay!" mi disse una volta Francesco). Obbligare il reprobo a fare lo scalmanato, a dar noia alle ragazze, lui che già era innamorato di un compagno di classe.

Poi il servizio militare, con il padre che minacciò di toglierlo dal mondo se lo avessero rispedito a casa come pederasta......

Appena tornato dalla sofferenza in divisa, nella ricerca dela vita normale, ecco il matrimonio già organizzato con la figlia di un dipendente del padre....

 

"Il giorno del mio matrimonio, non fu il mio matrimonio. Fu il mio funerale..." Mi disse, poi proseguì: "Tra le gente invitata c'era un ragazzo che tutti sapevano gay, ma che mio padre aveva dovuto invitare perché figlio di un suo fornitore. Era stato uno dei primi a rivelarsi in paese e fu colui che fino all'ultimo mi consigliò, pregò di non fare quel passo, ma non potevo fuggire, ormai!".

Poi la prima notte di nozze, la vita matrimoniale, vivere con indosso un abito che lo soffocava, con l'assillo del padre che ogni mese chiedeva se ci fossero novità interessanti sul versante "nipotini"....ed ecco l'inizio, ovvio, del deterioramento del rapporto matrimoniale con quella poveretta di moglie.

Anni e anni di una sofferenza continua, inaudita.

 

"E' ovvio che non puoi continuare a sopportare un'esistenza così..." Gli dissi una volta "...adesso diremo a tua moglie che ci sono alcune questioni da approfondire, tra noi due e che quindi c'incontreremo in due in altre occasioni....".

"E perchè?".

"Non te lo immagini?".

"No...io....". Ma se lo immaginava benissimo.

"Perché io cercherò di tirar fuori dalla tua mente e dal tuo cuore tutta la forza interiore affinché tu possa comunicare a tua moglie come stanno le cose!".

"Oddio!! E i ragazzi???".

"Ci organizzeremo anche in questo senso....".

"La fa semplice, lei!".

"No. E' complicata, invece. Però è l'unica cosa da fare...".

 

Lavorammo con Francesco sulla sua autostima, sull'ansia, sulla percezione di sé..... Mi meravigliò molto il totale assenso della moglie al nostro vederci. Evidentemente sapeva - o sperava? - che si lavorasse a qualcosa d'importante.

Lavorammo per dei mesi, fino a quando una mattina, mentre attendevo solo lui, in studio, mi giunse insieme a Anna Maria. 

Mi ricorderò per sempre il volto della donna: un misto tra lo sconvolto e il sollevato.

Le aveva detto tutto, dopo che avevano accompagnato i figli a scuola e lei, dopo un gran pianto iniziale, lo aveva abbracciato dicendogli "Adesso ti lascerò libero...Ma dobbiamo pensare al benessere dei ragazzi....".

Incredibili donne....

 

La separazione avvenne per incompatibilità di carattere" e ovviamente fu del tutto soft. I figli sopportarono bene il trauma della separazione e del divorzio grazie alla sensibilità dei propri genitori.

Quando il figlio minore compì 20 anni, lui comunicò il proprio essere alla prole.

Contrariamente a quel che pensavo, l'omosessualità del padre venne accettata peggio dalla figlia che non dal ragazzo. Si lavorò pure con lei.

Adesso ognuno vive la sua vita, con FRancesco che è un padre e un nonno (ebbene sì....) splendido.

 

Carissimi, nella mia professione non ho incontrato solo Francesco. Tanti altri uomini e donne hanno vissuto una via crucis simile e non a tutti, soprattutto nei precedenti decenni e finita bene.

Non deve accadere. Mai più.

 

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(IL PEZZO DI NOVEMBRE)

 

(Di nuovo a proposito delle "RIPARTENZE")

 

QUANDO TORNA IL SOLE DOPO UNA NOTTE CHE PAREVA NON FINIRE MAI.....

 

Io credo - e adesso che sono "diversamente giovane"....  posso affermarlo con forza perché ho una esperienza quasi quarantennale - che insieme alla professione del medico e a quella dell'avvocato, non ci sia una professioni come quella dello psicologo che ti permette di entrare in rapporto, davvero, con tutto il bello e con tutto il brutto che esiste nel mondo e nell'esistenza degli esseri umani siano essi singoli o gruppi.

So che potrà apparire come un'affermazione profondamente antiscientifica, ma siamo davvero sottoposti a una impoderabilità totale, che impregna e condiziona tutta la nostra esistenza. 

Una imponderabilità talvolta positiva e talvolta negativa, in certi casi assolutamente tragica.

Ma nell'ambito delle positività, come ho già scritto qui in un'altra occasione, mi sono gradevolmente incontrato con quelle fasi della vita che io chiamo da sempre ripartenze.

Vedete, amiche e amici, non c'è che la morte che ci mette fermi totalmente. Per tutto il resto, invece, non è mai finita.

Mai, quindi, farsi condizionare e bloccare dal dolore, dalla tristezza, dalla rassegnazione soprattutto se ancora giovani (e oggi la giovinezza si è allungata molto, nel tempo).

Vi rammentate che oltre un anno fa qui vi raccontai due brevi storie che avevano visto ripartenze quasi miracolose? Entrambe di tipo sentimentale?

Beh, oggi ve ne illustrerò altre due - ovviamente "truccate" come sempre - che non hanno a che fare con i sentimenti, bensì con il lavoro.

Anche in questo caso, una storia è piuttosto lontana nel tempo; un'altra invece è abbastanza vicina.

 

PRIMO ESEMPIO: in questi anni abbiamo vissuto una crisi economica terribile e stiamo vivendola ancora.

Nell'ambito di questa brutta fase, uno dei settori che ha risentito più di tutti della terribile congiuntura è stato quello dell'edilizia, con ditte e ditte che hanno chiuso o che sono entrate in crisi e hanno dovuto lottare con le unghie e con i denti per riuscire a sopravvivere.

La ditta di Marco - chiamiamolo così - era una di queste con un'aggravante: aveva da pochi anni preso a muovere i primi passi nel mondo del lavoro, scegliendo sicuramente un momento non bello per iniziare - il passaggio dalla Lira all'Euro - e dopo ricevendo una bastonata terribile, appunto, dalla crisi.

Fu così che Marco ritornò da me. 

Sì, c'era già stato anni prima, da ragazzo, quando aveva attraversato un pessimo momento a causa di una conflittualissima separazione tra i propri genitori. Sapete? Una di quelle separazioni in cui sembra che le persone godano nello stare male e nel farsi male, ma questo è un altro discorso....

Tornò da me ed era veramente a pezzi.

Aveva rilevato la ditta edile dal padre, si era sposato ed era padre di un maschietto e di una femminuccia, il rapporto matrimoniale (ebbene, sì!) andava assolutamente in modo tranquillo e gratificante..... Tutto bene, quindi, se non fosse per il lavoro, enormemente in crisi. Eppure la sua era una piccola ditta storica, apprezzata in zona.

Ma se i soldi non girano il lavoro non c'è e se il lavoro non c'è, te ne stai con le mani in mano, vittima delle masturbazioni mentali, del senso di inadeguatezza, della disistima.

Era fortemente depresso, il nostro Marco, e me lo disse chiaramente.

Mi informò anche che stava pensando di chiudere la ditta, aperta dal nonno del Dopoguerra, ma anche questa scelta eventuale accentuava in lui la disistima ed il senso di inadeguatezza.

Gli chiesi se come lavoro fosse davvero a zero o se almeno qualcosina da fare ce l'aveva, tanto per avere uno stipendiucolo e per pagare il suo operaio. Mi disse che si barcamenava con fatica con la manutenzione del già fatto, ma che anche questo settore si rarefaceva sempre di più.

"Credo davvero che chiuderò!" Mi disse un giorno, con le lacrime agli occhi.

"No. Non metterti addosso questa sconfitta. Non adesso. Lo farai al termine dell'eventuale terzo mese consecutivo totalmente senza lavoro. Fino a quel momento, aspetta. Ti dirò di più: fatti vedere a giro col furgone della ditta. Al mattino fai notare ai vicini che esci di casa all'ora di sempre. Mostrati allegro e sereno. Per sfogarti, ci sono io.

Reggi, Marco. Mi raccomando, reggi ancora!".

E cercavo di aiutarlo non solo sul piano del supporto professionale.

Trascorsero due mesi, mi pare.

Poi un giorno mi telefonò chiedendomi di anticipare l'appuntamento già fissato.

Aveva una voce diversa, che in quel modo non sentivo da molto tempo.

Ci vedemmo due giorni dopo  e lui mi disse che......

Un amico geometra lo aveva cercato per chiedergli se poteva accompagnarlo in città per parlare con un ricco possidente di aziende agricole che, dopo aver licenziato la ditta che gli curava gli innumerevoli casali, poderi e ville a causa di furti ripetuti sui materiali, stava cercando qualcuno per sostituirla.

Conta la fortuna? Capperi, se conta. La fortuna è la madre dall'imponderabilità e l'ostetrica delle ripartenze, ma tutto si muove se tu sei in un certo modo e Marco si presentava ed era in un certo modo, cioè una brava persona.

Il ricco possidente si accordò per un periodo di prova di sei mesi, prima di consolidare il rapporto di collaborazione.

Oggi Marco e la propria ditta lavorano quasi esclusivamente per questo signore e se non faranno cappellate, hanno il lavoro assicurato per i prossimi venti anni.

"Ti ringrazio per avermi convinto a non chiudere la ditta!" Mi disse sorridendo regalandomi una bottiglia di Brunello.

La gradii particolarmente.

 

SECONDO ESEMPIO: un altro caso al maschile.

Gianni - chiamiamolo così - studiava fisica (non è vero, ma devo cambiare un poco le carte, comunque sempre di alta scienza si tratta) all'università e si pagava valorosamente gli studi lavorando come cameriere in un ristorante piuttosto "in" della città.

Una vita non bella, nella quale per uno stipendio non eccelso, ma assolutamente vitale per lui che da sempre non voleva gravare sulle spalle della modesta famiglia d'origine, doveva sopportare orari infami che lo mandavano a letto la notte verso l'una con l'obbligo il mattino di alzarsi per recarsi alle lezioni e il pomeriggio a studiare.

I suoi risultati accademici? La media del trenta pieno in quella facoltà così difficile.

Ma una vità così, ovviamente, si rifletteva pure sulla sua vita di relazione e affettiva e in effetti fu questo il motivo che lo condusse da me: la sua ragazza, stufa di non vedersi o di farlo in orari improbabili, lo aveva lasciato dopo un lungo periodo di tira e molla, devastandolo psicologicamente e emotivamente.

Si presentò in modo molto chiaro.

"Nel mondo esistono le persone con un destino molto chiaro.... I vincenti e i perdenti. Io sono convinto di appartenere a questa categoria e dico così non solo perché mi ha lasciato la ragazza. E' parecchio che ho incominciato a pensarla così....".

"Non pensi di essere un pochino troppo pessimista?".

"No. Le convinzioni vengono dalle esperienze. In facoltà vedo compagni che vengono con l'auto da cinquantamila euro e sono fuoricorso da anni.... Io invece mi faccio il culo tutte le sere.... Si figuri che sto pensando di lasciar perdere tutto e di tornare a casa chiedendo a mio padre se mi trova da lavorare nella ditta dove sta come operaio.... A che serve diventare un coltissimo disoccupato? A che serve coltivare la speranza di fare ricerca in università sapendo che non ce la farò mai perché non ho le conoscenze giuste?".

"E quei 25 esami con la media del 30?".

"Una prova che non sono un imbecille.... Ma quelli che stanno peggio sono proprio gli intelligenti sfortunati!".

(avevo voglia di dirgli "Hai ragione!", ma stetti zitto....)

"No. Quelli che stanno peggio sono coloro che hanno dei rimpianti. Tu non devi averne.... Comunque mi hai cercato e se vuoi, oltre a tentare di comprendere i perché ed i percome profondi dell'interruzione del tuo rapporto con la ragazza, allargheremo il discorso a tutto il resto. Va bene?".

Per fortuna rispose affermativamente e iniziammo il nostro lavoro. Un ennesimo intervento di supporto e di sostegno sull'ennesima bella persona di una bella e infinita serie.....

Intanto stava avvicinandosi l'imponderabile positivo e vi prego di credere che ciò che scriverò è l'assoluta verità. Truccata e mimetizzata, ma è la verità.

Una sera Gianni era impegnato nel ristorante.

In questo locale - lo so perché ci sono stato - oltre alla sala grande ci sono pure alcune sale più piccole e in una di queste si trovava un gruppetto di signori impegnati a consumar la cene ed a chiaccherare.

Attaccata a una parete c'era la lavagnetta con su scritto il menù del giorno e mentre il ragazzo stava portando il dessert ed i caffè, uno di questi signori si alzò dal proprio posto, si avvicinò alla lavagna e proseguendo a parlare illustrando non chiedetemi quale astrusa teoria, prese a scriver formule.....

Gianni si bloccò, osservando l'uomo e chiedendosi chi fossero quei tizi, poi la sua attenzione venne atratta da quello che scriveva il signore e lui, sì, vide che ciò che illustrava era giusto, ma ci si poteva giungere anche seguendo un'altra strada.

Posò le tazze su un tavolo e come mosso da una molla, si avvicinò alla lavagna, chiese "Posso?" e prese a scrivere la sua formula.

"Ehi!! Che stai facendo??" Gli gridò il proprietario del locale.

"No. Per favore, lo lasci stare!" Disse il signore che aveva iniziato a scrivere per primo. Intanto si era seduto e seguiva con attenzione ciò che esponeva Gianni.

In breve lo studente terminò e solo allora parve rendersi conto dell'azione compiuta.

Arrossì e chiese scusa, riprendendo le tazze per portarle di là.

"Un momento! Aspetti un attimo!!" Esclamò l'uomo.......

 

Amici miei, quel signore era un docente universitario di una facoltà eguale a quella frequentata da Gianni, ma in un'altra città. Una facoltà in un'università prestigiosa.

Il professore chiese allo studente se un giorno poteva andare a trovarlo in studio per fare una chiaccherata. Era rimasto colpito dalla bravura e dall'intuito del giovane.

Beh, adesso Gianni non è più uno studente. Adesso è un professore in quella università, gira spesso per il mondo, è in predicato di recarsi negli USA per qualche anno, spesso torna in qua per salutare il vecchio strizzacervelli.

Ha vinto nella propria ripartenza.

  

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(IL PEZZO DI OTTOBRE)

 

(Una vittoria insperata)

 

COLUI CHE NON POTEVA ESSERE COME GLI ALTRI....

 

Chi "altri"? Chiederete voi? In questo caso per "altri" s'intendono il padre ed il fratello maggiore.

Ma andiamo con ordine.

Torniamo a una quindicina di anni fa, quando mi giunse in studio un giovane uomo di venticinque anni, che mi chiese un aiuto, un supporto e talune indicazioni al fine di meglio sopportare una situazione che per lui era veramente non gestibile, che lo amareggiava, che lo rendeva irascibile ed aggressivo verbalmente e non solo....

Giovanni - chiamiamolo così - era il secondo figlio di un grosso industriale della zona.

Il padre aveva creato dal nulla un vero e proprio piccolo impero che funzionava alla perfezione e che egli gestiva in modo autoritario, centralizzato, totalizzante, da vero e proprio dittatore. In questo era aiutato dal figlio maggiore, che si era adeguato al carattere paterno e che quindi, di fatto, era un suo semplice esecutore d'ordini.

Giovanni, invece, era totalmente tenuto fuori non solo dalla "stanza dei bottoni" in cui si prendevano le decisioni, ma anche da ogni pur minimo atto e gesto che non fosse il lavorare seguendo alla lettera gli ordini del padre, detti direttamente o tramite il fratello.

Spesso Giovanni anziché starsene negli uffici, se ne scendeva in officina per stare a fianco degli operai, che invece dimostravano di apprezzarlo e di volergli bene. Con loro il ragazzo, infatti, si sentiva a proprio agio e riusciva a vivere qualche ora di tranquillità. Una tranquillità del tutto saltuaria, comunque, che non riusciva a eliminare l'amarezza di fondo che lo dominava.

"C'è una cosa, fra tante, che mi dà un grande fastidio..." Mi disse la prima volta che lo avevo di fronte "....è quando mio padre e mio fratello se ne vanno a pranzo con un cliente e non solo non m'invitano, ma non mi dicono nulla! Oppure quando c'è la riunione del consiglio di amministrazione ed io lo so dalla segretaria di mio padre...".

"Tu hai mai chiesto spiegazioni a tuo padre?".

"Sì, certo.... E lui mi dice di non preoccuparmi, che sono ancora giovane, che devo pensare a divertirmi... che tanto il mio stipendio me lo passa tutti i mesi e che se ho bisogno di altri soldi non devo fare altro che chiederli....".

Sì. C'era la oggettiva necessità di aiutarlo, anche perché avevo subito percepito e individuato in lui un carattere davvero "effervescente", che se non fosse stato indirizzato e aiutato, poteva condurlo a compiere dei guai.

 

Gli chiesi l'autorizzazione di parlare con sua madre, dato che il babbo si era dichiarato non disponibile ad attuare un percorso di terapia o comunque di mediazione familiare perché "gli psicologi non servono a nulla...." e neppure aveva accettato il mio invito ad incontarci una sola volta. Mi sarebbe infatti piaciuto ascoltare il suono dell'altra campana, per così dire.

Niente.

Solo la mamma si dichiarò disponibile a incontrarmi.

E quando ciò avvenne, mi riferì ciò che mi attendevo: il marito, lavoratore instancabile e bravissimo nella propria imprenditorialità, era davvero un padre padrone, un marito padrone, un...padrone padrone.

Egli aveva delegato l'educazione dei figli alla consorte, pur dimostrando una preferenza per il maggiore, molto più tranquillo e manipolabile rispetto a Giovanni, che fin da piccolo si era dimostrato il birbante della famiglia. Quello che una ne pensa e cento ne fa. Dotato di una sensibilità, di una intelligenza, di uno spirito creativo a tutto tondo.

"Ho paura..." Mi confidò la signora "....ho paura che possa accadere addirittura qualcosa di brutto.... Già una volta Giovanni e mio marito sono quasi arrivati alle mani, perché il ragazzo fa delle proposte lavorative al padre e lui non lo considera minimamente. No, mio marito è abituato agli "yes-man" e sa che giovanni non lo è. Sa che se gli dovesse dar campo, forse il figlio supererebbe il padre e lui non potrebbe mai accettarlo....".

Situazione chiarissima.

 

Iniziai il mio lavoro con Giovanni, che mostrò sin da subito una evidente sindrome ansiosa, una depressione secondaria che sovente s'incanalava in violenti scoppi d'ira, una componente disistimica quasi patologica.

Il non sentirsi considerato dal padre, aveva causato la disistima e questa lo condizionava pure nei rapporti sociali, nella convivenza con gli amici, nell'avvicinarsi al mondo femminile.

Quando gli spiegai che tipo fosse, lo pregai di credere, all'inizio del discorso, che ciò che gli avrei detto non erano pietose bugie per farlo essere più tranquillo e più in pace con se stesso, bensì la verità.

Gli comunicai ch'egli era un soggetto non privo di qualità, bensì pieno di esse. Gli dissi che per questo inconsciamente il padre lo temeva perché temeva che potesse scalzarlo. Il che non significava che non lo amasse. Solo il suo essere padrone-padrone, il suo essere re assoluto in ditta, non poteva fargli accettare un principe troppo presente, intelligente, pieno d'iniziative.  Lui accettava il figlio maggiore solo perché appunto un esecutore d'ordine e anche in questo caso indipendentemente dall'amore che poteva provare verso di lui.

Mi rammento ancora le innumerevoli occasioni in cui, nel mio studio, Giovanni non stava seduto, bensì camminava in su e giù per la stanza sfogandosi e parlando ad alta voce mi raccontava i torti ricevuti.

In almeno due o tre periodi ho temuto che potesse farsi o fare ad altri qualcosa di brutto.

Ma intanto lavoravo con e su questo ragazzo bravissimo e disperatissimo, tanto da raggiungere ai suoi occhi una posizione di assoluto rilievo. Non furono pochi gli episodi in cui mi telefonava anche negli orari più improbabili per sfogarsi o per chiedere un parere.

Notai che con il passar del tempo il giovane riusciva sempre meglio a sedarsi, ma restando in piedi i motivi della sua sofferenza, il nostro lavorare assieme non poteva condurci a risultati definitivi.

Però ero fiducioso che i semi che si piantavano lì da me sarebbero stati utili a Giovanni. Che forse sarebbero riusciti a germogliare, accentuando le sue già notevoli positività.

Un anno, ci lasciammo alla fine di Luglio, con l'accordo che ci saremmo risentiti dopo le ferie, ma a Settembre lo attesi invano.

Mi divorai di curiosità, ma non potevo e non volevo essere io il primo a muoversi.

Seppi solo che la ditta non stava passando un buon periodo, poi più nulla.

 

Trascorsero gli anni, i lustri, giungendo ai tempi nostri.

Nell'anno in cui ci eravamo persi di vista, emersero i miei problemi di salute che mi portarono ad essere impegnato altrove, per così dire.... Poi, passata la mia tempesta, fui riassorbito dal lavoro e il ricordo di Giovanni, anche se non scomparve del tutto, s'indebolì entrando nel folto numero degli ex clienti.

Poi, in un giorno di Giugno, ecco una telefonata. Era lui, che mi chiedeva un appuntamento.

Ma rammento che spostai un'altra persona per inserirlo in agenda il più presto possibile, divorato com'ero dalla curiosità.

Due giorni dopo, eccotelo di fronte a me.

Lo vidi subito più adulto e ciò non perché ovviamente erano trascorsi tanti anni, ma perchè mi parve cresciuto interiormente.

E lui mi raccontò la sua storia degli ultimi quindici anni.

Sì, la ditta era entrata in crisi, coinvolta in quella più generale che ha devastato la nostra economia dal Duemila in poi. Un pezzo per volta, l'impero del padre era stato smantellato e questo aveva devastato il vecchio padrone, conducendolo alla morte, mentre il fratello si era trasferito a lavorare come dipendente in un'azienda vicina.

"Ricordo il giorno in cui fu venduto l'appartamento in cui avevo vissuto da bambino..." Mi mormorò Giovanni, con le lacrime agli occhi "....e pensai che dovevo fare come mio fratello, cercando un lavoro altrove. Poi..... Poi mi venisti in mente tu, Giancarlo. O meglio, mi tornarono in mente le tue perole che io, davvero, avevo sempre prese come troppo benevole.

"E se Giancarlo avesse ragione? Perché non provare?".

I semini avevano germogliato? Forse sì.

Il marchio e il nome dell'azienda erano rimasti in possesso della famiglia e un pochino la ditta, salassata e devastata, lavoricchiava ancora.

Beh, Giovanni, fece una promessa a se stesso: ricostruire tutto da capo, riacquistare tutti gli immobili e i macchinari venduti, rimettere su in piedi il regno del vecchio dittatore.....

Roba da far tremare i polsi e le gambe.

E invece ce l'ha fatta. Mi telefonò il giorno stesso in cui aveva riacquistato la vecchia casa familiare, in cui aveva potuto dire sono giunto in cima alla vetta.

Dopo avermi raccontato il suo trionfo, mi disse "Adesso voglio tornare da te perché devi aiutarmi a indirizzare per bene la mia vita..... Ora desidero riprendere fiato e costruirmi un futuro fuori dal lavoro....".

Ma questa è un'altra storia.

 

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I M P O R T A N T E....... MODALITA' OPERATIVE

I M P O R T A N T E....... MODALITA' OPERATIVE - Dr. Giancarlo PETRI



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"Amo la psicoterapia: nulla è meglio che parlare con chi non ha nessun coinvolgimento emotivo nella tua vita...".
 (E. Mendes)




COME LAVORO CON I MIEI PAZIENTI.......

  

1) INDIVIDUI SINGOLI: il lavoro si divide in due parti ben precise: la parte iniziale, che richiede tre incontri (di solito) e che mi permette di attuare una psicodiagnosi - anche sul versante eziologico - sufficientemente attendibile attraverso l'utilizzo del colloquio e di mezzi diagnostici come i tests. Di questa ne parlo al diretto interessato, con le susseguenti spiegazioni e indicazioni. Successivamente inizia il rapporto operativo vero e proprio (terapeutico, di sostegno o di consulenza), la cui durata non è precisabile. Gli incontri possono avvenire una (di solito) o due volte alla settimana. La durata di un intervento è di 45 minuti. Solo il primissimo incontro può "sforare" tale limite. Perchè 45 minuti? Perchè di solito in un adulto le capacità attentive di buona qualità durano più o meno intorno ai 45/50 minuti.
Ho disponibilità ad essere contattato telefonicamente o via e-mail, se necessario.


2) COPPIE: se mi chiedono una terapia comune, appunto di coppia, al fine di chiarire ed eliminare o indebolire le dinamiche negative in essa presenti, agisco così: attuo una serie d'incontri che si divide in una parte iniziale ed una successiva. Nella parte iniziale ricevo la prima volta i due insieme, poi lui o lei, poi lei o lui, poi di nuovo noi tre insieme e ulteriori due incontri singoli. Anche durante questa azione posso utilizzare tests e reattivi mentali. Successivamente si sviluppano gli incontri SEMPRE a tre. IMPORTANTE: in un lavoro siffatto, il sottoscritto è il consulente di entrambi e quindi NON puo' privilegiare uno o l'altra. Gli incontri di solito avvengono una volta alla settimana; la durata, a parte il primo, è di 45 minuti.


3) MINORI: qui è necessaria un'accurata precisazione.

* Il primo incontro si svolge sempre tra noi adulti, senza il bimbo od il ragazzo.

a) Bimbi molto piccoli, fino ai tre anni: osservazioni sul campo (miei consulenti osservano per tre/quattro volte il piccolo nei propri ambienti di riferimento (casa, nido)), osservazioni in studio, schede osservative da riempire per i genitori, consigli susseguenti ai genitori ed eventualmente alle educatrici. L'intervento non presuppone l'utilizzo di mezzi diagnostici - se non poco materiale strutturato - data la giovane età del soggetto e la mancanza di capacità attentive, linguistiche e strumentali;

b) Bambini dai tre ai cinque anni: più o meno come sopra, ma con un'accentuazione degli interventi diagnostici in studio;

c) Ragazzi in età della scuola dell'obbligo: prioritario nettamente l'intervento in studio, con colloquio e la somministrazione di tests e reattivi mentali di vario tipo, schede osservative da riempire dai genitori, in situazioni eclatanti osservazioni sul campo (casa, scuola, extrascuola), se necessario segue poi l'intervento psicoterapeutico vero e proprio, frequenti contatti con la famiglia (talvolta terapia pure con essa, se non scappa.....) e i Docenti. Un incontro alla settimana. Durata di un incontro: in relazione alla durata qualitativa dell'attenzione del soggetto, ma non meno di trenta minuti.

IMPORTANTE: PER I MINORI FIGLI DI COPPIE SEPARATE O DIVORZIATE, L'INTERVENTO PUO' ESSERE ATTUATO SOLO CON L'AUTORIZZAZIONE SCRITTA DI ENTRAMBI I GENITORI.


4) INTERVENTI PERITALI (CTP = Consulente Tecnico di Parte): ahimè, accade sempre più frequentemente che nell'ambito di una separazione coniugale, si giunga al "giudiziale", cioè ad una fase di conflittualità così dura, tra i due ex coniugi, da richiedere l'interventodei tribunali - Ordinario e dei Minori - per redimere la diatriba. In questo caso il Tribunale nomina il proprio Consulente Tecnico di Ufficio (CTU) mentre i "duellanti" nominano i propri CTP (Consulenti Tecnici di Parte).

Collaboro con diversi legali matrimonialisti e sovente mi capita l'ingrato compito di fare da CTP per un signore od una signora. Di fatto divento la loro figura tutelante e consulente durante tutto il difficile iter giudiziale.

La mia presenza si esplica:

1) Nell'accompagnamento del Cliente agli incontri con il CTU;

2) Nell'accompagnamento del Cliente agli incontri con i vari legali e la controparte;

3) Nell'accompagnamento del Cliente alle sedute in Tribunale (non sempre è necessario);

4) Tengo i rapporti con il legale del Cliente e relaziono i vari momenti del percorso;

5) Stendo la relazione finale come CTP;

6) Partecipo alle conclusioni finali del percorso (contraddittorio) e accetto o meno (in questo caso esprimendo una controrelazione) la relazione finale del CTU;

7) Do supporto psicologico e indicazioni al Cliente.

 

 

QUESTO PER LE SEPARAZIONI E I DIVORZI GIUDIZIALI, MA GLI INTERVENTI PERITALI INTERESSANO ALTRO.....

La "valutazione del danno", cosa significa?

Se da un qualche oggettivo evento negativo derivante da dolo o incapacità di altri un individuo si sente danneggiato o addirittura severamente colpito in ambito psicologico ed emotivo, può chiedere - nell'intraprendere una causa penale o civile - il supporto di un proprio consulente che certifica i "danni" che la persona ha ricevuto dall'evento negativo in questione.

Oltre a relazionare la perizia, si accompagna il Cliente alle sedute, alle visite collegiali e presso tutti gli altri eventi in cui potrà avere bisogno della presenza del consulente.


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Quando lavoro con una persona e devo parlare "dell'inverno" (ognuno di noi ha "un inverno".... Non devo certamente spiegare ora che cosa significa...) non dico solo che dopo giungeranno la primavera e l'estate. Bensì cerco di dimostrare che pure l'inverno può contenere qualcosa di bello; cerco altresì di dimostrare che di solito è l'inverno che ci fa crescere, non l'estate.
D'estate tutti sono capaci di godere. E' facile...
L'inverno ci fa crescere, anche se pare stroncarci col suo freddo, in certi momenti.
E più rigido è, e più ci fa crescere...

 - Dr. Giancarlo PETRI
Forse non potremo essere tutti grandi centravanti, ma ognuno di noi può essere un ottimo comprimario nel gioco della vita che - Charlie Brown sbaglia - non si ferma mai.....

 - Dr. Giancarlo PETRI
VAN GOGH: quando la sofferenza diventa grandezza....

Solidi come la roccia,
liberi come il vento,
adattabili come l'acqua......

 - Dr. Giancarlo PETRI
Dr. Giancarlo PETRI

Guardarsi dentro, alla ricerca di noi....

Dr. Giancarlo PETRI

Il logo dell'Ordine degli Psicologi

Dr. Giancarlo PETRI

Il Centro di Consulenza è convenzionato con AZIENDA AMICA, offrendo sconti ai Soci.

Dr. Giancarlo PETRI

Lo stemma della mia famiglia. Le radici.....

Dr. Giancarlo PETRI

Droga? MAI! Vedi in terza pagina.

Dr. Giancarlo PETRI

Ricordiamo sempre pure questo...

"LINKS INFORMATIVI"

"Ordine degli Psicologi Toscana"